Economia

Economia 

Nei primi anni successivi alla presa del potere (1922-1925) il fascismo seguì una politica liberista, voluta soprattutto dal ministro delle Finanze e del Tesoro Alberto De Stefani, che attuò un piano di generale riduzione della presenza dello stato nell’economia. Il governo fascista dei primi anni lasciò molta libertà all’iniziativa privata e lavorò sul contenimento e la diminuzione del disavanzo del bilancio statale. Negli anni successivi il fascismo andò invece gradualmente verso una politica economica dirigista nella quale al contrario lo stato si imponeva, in particolare nell’industria, con scelte forti. La creazione dell’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri), nel 1933, segnò il culmine di questo processo di intervento dello stato nell’economia, attraverso il quale si arrivò a controllare anche grandi industrie e banche. Pur in questa chiave dirigista lo stato si avvicinò comunque alle esigenze dei grandi gruppi industriali soprattutto in tema di controllo sulla forza lavoro. L’eliminazione dei sindacati prima e il completamento delle corporazioni poi avevano dato agli industriali la possibilità di riaffermare il proprio potere sui lavoratori e annullare il processo di emancipazione che era iniziato negli anni tra la fine della Prima guerra mondiale e la Marcia su Roma ad opera del sindacato socialista.

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Anche nel forlivese si videro le contraddizioni della propaganda fascista in materia d’economia, da un lato vi era la celebrazione della vita e del lavoro in campagna, considerati perfetti per realizzare il modello di vita del regime, dall’altro c’era l’esaltazione della forza industriale italiana, ancora molto da sviluppare a dire il vero, ma ritenuta fondamentale per fare dell’Italia una potenza militare internazionale.
L’economia e il lavoro nella provincia di Forlì si differenziavano a seconda delle aree, il territorio forlivese ha infatti tre zone con caratteristiche molto differenti, la montagna, la collina e la pianura. Nella montagna e nella collina l’agricoltura era il settore più importante, mentre in pianura e a Forlì in particolare l’industria iniziava ad avere un ruolo maggiore. Nel 1936 quasi l’80 per cento di chi lavorava in collina lo faceva nei campi e simile era la percentuale per la montagna (73,4 per cento). In pianura la quota si riduceva di molto, eppure non si può trascurare il ruolo dell’agricoltura in queste zone, un settore che dava lavoro a poco più della metà della popolazione lavorativa (54,1 per cento). Di una certa importanza era l’industria in pianura che dava lavoro a un quarto dei lavoratori (24,6 per cento), una percentuale ancora più alta se si guarda solo a Forlì dove il 34,7 per cento dei lavoratori (si trattava di più di 9.500 persone) erano operai o impiegati nelle industrie cittadine.Grande importanza aveva la Orsi-Mangelli società produttrice di sete artificiale.

Leggi l’articolo di “Forum Livii” sull’Orsi Mangelli

Industrie alimentari, metallurgiche, tessili, chimiche avevano già raggiunto in città una dimensione di un certo interesse che avrebbe costituito la base industriale per il “boom” del dopoguerra.
( Vedi i dati del censimento Istat 1936)

Tra le varie “battaglie” economiche combattute dal regime ci fu la famosa Battaglia del grano, proclamata nel giugno 1925 per rendere l’Italia un paese produttore autosufficiente di frumento. Anche la costruzione della nuova Stazione agraria sperimentale fu fatta rientrare idealmente in questa battaglia, in realtà il progetto e la realizzazione furono decisamente successivi ed inoltre si trattava di istituti realizzati nell’Ottocento con lo scopo di migliorare i settori agricoli e zootecnici locali.

Economia 11Economia 12

Anche l’istruzione, e l’istruzione tecnica in particolare, veniva considerata dal regime come essenziale allo sviluppo industriale del paese. Parlando degli istituti tecnici la rivista del Guf di Forlì nel 1941 ne sottolineava l’importanza per un mondo del lavoro che stava cambiando grazie  all’industrializzazione:
Ecco dunque un vasto campo di ben remunerato lavoro che si apre ai giovani diplomati degli Istituti Industriali, che coi continui perfezionamenti dell’industria e colle corrispondenti maggiori esigenze tecniche trovano collocamento sempre più in largo.
E parlando del nuovo istituto di Forlì, considerato dal regime il fiore all’occhiello delle proprie opere pubbliche, se ne evidenziava l’importanza per l’economia locale.
Offre pertanto un certo interesse il mostrare i criteri che hanno presieduto alla nuova costituzione di R. Istituto Tecnico Industriale sorto recentemente sulle vestigia di un glorioso passato: si tratta più precisamente del R. I. T. I. “Alessandro Mussolini” in Forlì. L’aumento degli inscritti, le maggiori pretese in fatto di vita scolastica e di attrezzature rendevano ormai disadatta la vecchia sede, alle nuove esigenze.
L’articolo metteva inoltre particolarmente in luce l’importanza delle specializzazioni: meccanici, elettricisti e chimici per le industrie agricole. Soprattutto dell’ultima specializzazione si faceva un vanto ed in effetti il panorama economico locale poteva raccogliere interessanti elementi dalla fusione di industria e agricoltura.
Unica nel suo genere e di grande importanza per l’economia italiana è la sezione chimici per industrie agricole, la quale ha il compito di formare i tecnici che nelle industrie agricole esercitano la professione di chimico-analista, assistente e talvolta esplicano funzioni direttive nelle piccole aziende. Fino a pochi anni fa non esisteva nessuna scuola a differenza di altre nazioni come Germania, Francia e Belgio, che preparasse i tecnici per queste industrie agricole sebbene l’Italia possedesse numerosissime e grandi fabbriche in questo campo di attività atte al potenziamento ed alla espansione dei nostri prodotti agricoli. Solo nell’anno 1932-33 fu creato a Cesena un corso libero d’Istituto per periti capi-tecnici per dette industrie agricole; poi nel 1936 tale sezione venne trasferita ed annessa per ordine del Duce all’Istituto Industriale di Forlì, dove veniva regificata nell’ottobre 1940”.

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Il legame tra il territorio forlivese e l’industria agricola si ritrovava anche sulla pagina di Forlì de “Il Resto del Carlino” il 24 aprile 1943.
La località prescelta come sede della sezione (la sezione industrie agricole dell’Istituto tecnico industriale di Forlì, ndr.) è poi particolarmente felice in quanto, come si è precedentemente detto, nella Romagna, regione eminentemente agricola, si trovano numerosi stabilimenti delle industrie oggetto della sezione stessa.

 

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Nei primi anni successivi alla presa del potere (1922-1925) il fascismo seguì una politica liberista, voluta soprattutto dal ministro delle Finanze e del Tesoro Alberto De Stefani, che attuò un piano di generale riduzione della presenza dello stato nell’economia. Il governo fascista dei primi anni lasciò molta libertà all’iniziativa privata e lavorò sul contenimento e la diminuzione del disavanzo del bilancio statale. Negli anni successivi il fascismo andò invece gradualmente verso una politica economica dirigista nella quale al contrario lo stato si imponeva, in particolare nell’industria, con scelte forti. La creazione dell’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri), nel 1933, segnò il culmine di questo processo di intervento dello stato nell’economia, attraverso il quale si arrivò a controllare anche grandi industrie e banche. Pur in questa chiave dirigista lo stato si avvicinò comunque alle esigenze dei grandi gruppi industriali soprattutto in tema di controllo sulla forza lavoro. L’eliminazione dei sindacati prima e il completamento delle corporazioni poi avevano dato agli industriali la possibilità di riaffermare il proprio potere sui lavoratori e annullare il processo di emancipazione che era iniziato negli anni tra la fine della Prima guerra mondiale e la Marcia su Roma ad opera del sindacato socialista.

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Anche nel forlivese si videro le contraddizioni della propaganda fascista in materia d’economia, da un lato vi era la celebrazione della vita e del lavoro in campagna, considerati perfetti per realizzare il modello di vita del regime, dall’altro c’era l’esaltazione della forza industriale italiana, ancora molto da sviluppare a dire il vero, ma ritenuta fondamentale per fare dell’Italia una potenza militare internazionale.
L’economia e il lavoro nella provincia di Forlì si differenziavano a seconda delle aree, il territorio forlivese ha infatti tre zone con caratteristiche molto differenti, la montagna, la collina e la pianura. Nella montagna e nella collina l’agricoltura era il settore più importante, mentre in pianura e a Forlì in particolare l’industria iniziava ad avere un ruolo maggiore. Nel 1936 quasi l’80 per cento di chi lavorava in collina lo faceva nei campi e simile era la percentuale per la montagna (73,4 per cento). In pianura la quota si riduceva di molto, eppure non si può trascurare il ruolo dell’agricoltura in queste zone, un settore che dava lavoro a poco più della metà della popolazione lavorativa (54,1 per cento). Di una certa importanza era l’industria in pianura che dava lavoro a un quarto dei lavoratori (24,6 per cento), una percentuale ancora più alta se si guarda solo a Forlì dove il 34,7 per cento dei lavoratori (si trattava di più di 9.500 persone) erano operai o impiegati nelle industrie cittadine.Grande importanza aveva la Orsi-Mangelli società produttrice di sete artificiale.

Leggi l’articolo di “Forum Livii” sull’Orsi Mangelli

Industrie alimentari, metallurgiche, tessili, chimiche avevano già raggiunto in città una dimensione di un certo interesse che avrebbe costituito la base industriale per il “boom” del dopoguerra.
( Vedi i dati del censimento Istat 1936)

Tra le varie “battaglie” economiche combattute dal regime ci fu la famosa Battaglia del grano, proclamata nel giugno 1925 per rendere l’Italia un paese produttore autosufficiente di frumento. Anche la costruzione della nuova Stazione agraria sperimentale fu fatta rientrare idealmente in questa battaglia, in realtà il progetto e la realizzazione furono decisamente successivi ed inoltre si trattava di istituti realizzati nell’Ottocento con lo scopo di migliorare i settori agricoli e zootecnici locali.

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Anche l’istruzione, e l’istruzione tecnica in particolare, veniva considerata dal regime come essenziale allo sviluppo industriale del paese. Parlando degli istituti tecnici la rivista del Guf di Forlì nel 1941 ne sottolineava l’importanza per un mondo del lavoro che stava cambiando grazie  all’industrializzazione:
Ecco dunque un vasto campo di ben remunerato lavoro che si apre ai giovani diplomati degli Istituti Industriali, che coi continui perfezionamenti dell’industria e colle corrispondenti maggiori esigenze tecniche trovano collocamento sempre più in largo.
E parlando del nuovo istituto di Forlì, considerato dal regime il fiore all’occhiello delle proprie opere pubbliche, se ne evidenziava l’importanza per l’economia locale.
Offre pertanto un certo interesse il mostrare i criteri che hanno presieduto alla nuova costituzione di R. Istituto Tecnico Industriale sorto recentemente sulle vestigia di un glorioso passato: si tratta più precisamente del R. I. T. I. “Alessandro Mussolini” in Forlì. L’aumento degli inscritti, le maggiori pretese in fatto di vita scolastica e di attrezzature rendevano ormai disadatta la vecchia sede, alle nuove esigenze.
L’articolo metteva inoltre particolarmente in luce l’importanza delle specializzazioni: meccanici, elettricisti e chimici per le industrie agricole. Soprattutto dell’ultima specializzazione si faceva un vanto ed in effetti il panorama economico locale poteva raccogliere interessanti elementi dalla fusione di industria e agricoltura.
Unica nel suo genere e di grande importanza per l’economia italiana è la sezione chimici per industrie agricole, la quale ha il compito di formare i tecnici che nelle industrie agricole esercitano la professione di chimico-analista, assistente e talvolta esplicano funzioni direttive nelle piccole aziende. Fino a pochi anni fa non esisteva nessuna scuola a differenza di altre nazioni come Germania, Francia e Belgio, che preparasse i tecnici per queste industrie agricole sebbene l’Italia possedesse numerosissime e grandi fabbriche in questo campo di attività atte al potenziamento ed alla espansione dei nostri prodotti agricoli. Solo nell’anno 1932-33 fu creato a Cesena un corso libero d’Istituto per periti capi-tecnici per dette industrie agricole; poi nel 1936 tale sezione venne trasferita ed annessa per ordine del Duce all’Istituto Industriale di Forlì, dove veniva regificata nell’ottobre 1940”.

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Il legame tra il territorio forlivese e l’industria agricola si ritrovava anche sulla pagina di Forlì de “Il Resto del Carlino” il 24 aprile 1943.
La località prescelta come sede della sezione (la sezione industrie agricole dell’Istituto tecnico industriale di Forlì, ndr.) è poi particolarmente felice in quanto, come si è precedentemente detto, nella Romagna, regione eminentemente agricola, si trovano numerosi stabilimenti delle industrie oggetto della sezione stessa.

 

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