Servizi e lavori pubblici

Servizi e lavori pubblici

Durante il Ventennio anche il miglioramento dei servizi pubblici come i trasporti ferroviari e urbani, e più in generale le strade, fu usato dal regime a scopo propagandistico. Ben nota è la campagna per la puntualità dei treni, un obiettivo tenacemente perseguito dalla dirigenza ferroviaria per ragioni d’immagine. Nei discorsi della propaganda del regime il rispetto degli orari rientrava fra i meriti attribuibili al ministro delle Comunicazioni Costanzo Ciano, il quale secondo l’aneddotica del tempo andava di persona a controllare gli orari dei treni e a chiedere di persona al personale ferroviario notizie sui motivi dei ritardi. Al di là degli aneddoti, più o meno credibili, il fascismo diede vita ad una politica di razionalizzazione che arrivò a buoni risultati sul piano dei servizi ma che fu fatta con pesanti tagli al personale, andando anche a punire una delle categorie lavorative più sindacalizzate. Sul piano delle infrastrutture il governo fascista costruì le due linee “direttissime” Roma-Napoli e Bologna-Firenze. Per promuovere il turismo interno si crearono inoltre i treni popolari che dal 1931 in poi portavano a prezzo ridotto comitive di cittadini verso le località di villeggiatura e le città d’arte. Per quanto riguarda le strade nel 1928 fu creata l’Anas (Azienda nazionale autonoma delle strade) con il compito di provvedere alla sistemazione e manutenzione della rete stradale nazionale. Dalla fine degli anni venti in poi iniziarono i lavori di costruzione delle prime autostrade a pedaggio che si irradiavano da Milano. L’auto però non era alla portata di tutti così come alla fine degli anni Cinquanta, e il numero di mezzi presenti nel paese era ancora abbastanza basso. Per questo motivo le autostrade a pedaggio non decollarono e in generale le rete stradale italiana passò tra il 1923 e il 1938 da 170.000 a 173.000 chilometri.

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A Forlì, come in altre città italiane, i lavori pubblici assunsero un valore non soltanto locale ma nazionale in quanto i risultati dovevano mostrare la forza del regime nel creare un paese nuovo e più moderno. A Forlì però, più che altrove, proprio perché era la città del Duce, si diede vita ad un grande progetto di realizzazione di una città nuova, con una forte impronta fascista, che avrebbe dovuto svilupparsi tutta attorno al grande viale Benito Mussolini, nuovo asse della viabilità cittadina. In quest’ottica il viale e la nuova stazione ferroviaria furono tra le prime importanti opere pubbliche del regime a Forlì. Inaugurata nel 1927 la nuova stazione faceva da sfondo al viale Mussolini nel quale iniziarono ad essere innalzati i nuovi edifici.

Servizi e lavori pubbliciLavori

L’occasione per celebrare i primi lavori nella città fu il decennale della Marcia su Roma. E’  interessante leggere la descrizione che ne fa il mensile “Il Rubicone”:
A guardare oggi la vasta stazione ferroviaria ed a contemplare il bel viale Mussolini, degno di una metropoli e già popolato di grandiosi edifici, e poi paragonarlo nel ricordo a ciò che era la vecchia stazione coi suoi accessi, si ha veramente la impressione che si sia compiuto un miracolo. La visione cresce se, continuando per il bel viale ci fermiamo un attimo a meditare davanti al grande edificio delle scuole Rosa Maltoni e poi davanti al monumento della Vittoria, che è uno dei più spettacolosi d’Italia. E continuando ancora gioiamo alla bellezza del rettifilo Vittorio Emanuele così pulitamente sistemato; ed, entrando in piazza Saffi, emettiamo un altro grido di ammirazione per il modo come la piazza è stata sistemata, onde intonarla al grande palazzo delle Poste e Telegrafi che ne ha chiuso superbamente il quarto lato.

Leggi qui tutto l’articolo

Altri articoli su “Forum Livii” sui lavori pubblici: Forum Livii 1Forum Livii 2

Anche in Piazza Saffi, il luogo principale della città, il regime decide di lasciare il suo segno. Oltre al progetto di risistemazione della piazza fatto dall’ingegner Botteri si deve segnalare la costruzione di un palazzo molto importante per la cittadinanza, quello delle poste e telegrafi. Il nuovo palazzo viene inaugurato direttamente da Mussolini nel 1932. E’ un’occasione con la quale il regime pone un segno importante della propria presenza nella piazza principale. La retorica è ovviamente al massimo e “Il Rubicone” ne esalta ancora di più la funzione ideologica. La cerimonia è in realtà rapida, con Mussolini che preme un bottone elettrico per aprire il cancello automatico in ferro battuto. La visita è limitata solo al pianterreno e ovviamente è l’occasione con le autorità locali per ricordare lo sforzo fatto per costruire il palazzo in meno di un anno.

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Al risalto dato dai mezzi di informazione alla grande mole di lavori pubblici decisa dal governo a Forlì faceva da contraltare una serie di problemi più pratici come ad esempio quello delle espropriazioni degli edifici esistenti per la costruzione dei nuovi palazzi. Nel caso ad esempio delle espropriazioni fatte per la costruzione del nuovo palazzo degli uffici governativi i tre proprietari degli uffici da demolire avevano protestato perché convinti che le cifre promesse fossero troppo basse. In effetti la prima stima era stata fatta dal Genio civile di Forlì, la seconda venne fatta dal Ministero dei lavori pubblici che aveva ridotto il valore degli stabili di ben il 70 per cento. Il 3 aprile del 1934 i tre proprietari protestarono in forma scritta chiedendo l’intervento di Mussolini.

Sempre nell’ambito della costruzione degli uffici governativi vi era il palazzo Baratti, la cui demolizione era stata ritardata per soggetto a vincoli come bene artistico. Fu lo stesso Mussolini a spingere per accelerare i tempi così come si legge in una copia di un suo telegramma inviato al ministro dei Lavori pubblici Di Crollalanza.

Un sopralluogo da me oggi compiuto a Forlì mi fa segnalarvi l’assoluta necessità che il Palazzo Baratti sia espropriato et demolito, altrimenti il nuovo palazzo Uffici statali risulterà incompleto.

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Durante il Ventennio anche il miglioramento dei servizi pubblici come i trasporti ferroviari e urbani, e più in generale le strade, fu usato dal regime a scopo propagandistico. Ben nota è la campagna per la puntualità dei treni, un obiettivo tenacemente perseguito dalla dirigenza ferroviaria per ragioni d’immagine. Nei discorsi della propaganda del regime il rispetto degli orari rientrava fra i meriti attribuibili al ministro delle Comunicazioni Costanzo Ciano, il quale secondo l’aneddotica del tempo andava di persona a controllare gli orari dei treni e a chiedere di persona al personale ferroviario notizie sui motivi dei ritardi. Al di là degli aneddoti, più o meno credibili, il fascismo diede vita ad una politica di razionalizzazione che arrivò a buoni risultati sul piano dei servizi ma che fu fatta con pesanti tagli al personale, andando anche a punire una delle categorie lavorative più sindacalizzate. Sul piano delle infrastrutture il governo fascista costruì le due linee “direttissime” Roma-Napoli e Bologna-Firenze. Per promuovere il turismo interno si crearono inoltre i treni popolari che dal 1931 in poi portavano a prezzo ridotto comitive di cittadini verso le località di villeggiatura e le città d’arte. Per quanto riguarda le strade nel 1928 fu creata l’Anas (Azienda nazionale autonoma delle strade) con il compito di provvedere alla sistemazione e manutenzione della rete stradale nazionale. Dalla fine degli anni venti in poi iniziarono i lavori di costruzione delle prime autostrade a pedaggio che si irradiavano da Milano. L’auto però non era alla portata di tutti così come alla fine degli anni Cinquanta, e il numero di mezzi presenti nel paese era ancora abbastanza basso. Per questo motivo le autostrade a pedaggio non decollarono e in generale le rete stradale italiana passò tra il 1923 e il 1938 da 170.000 a 173.000 chilometri.

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A Forlì, come in altre città italiane, i lavori pubblici assunsero un valore non soltanto locale ma nazionale in quanto i risultati dovevano mostrare la forza del regime nel creare un paese nuovo e più moderno. A Forlì però, più che altrove, proprio perché era la città del Duce, si diede vita ad un grande progetto di realizzazione di una città nuova, con una forte impronta fascista, che avrebbe dovuto svilupparsi tutta attorno al grande viale Benito Mussolini, nuovo asse della viabilità cittadina. In quest’ottica il viale e la nuova stazione ferroviaria furono tra le prime importanti opere pubbliche del regime a Forlì. Inaugurata nel 1927 la nuova stazione faceva da sfondo al viale Mussolini nel quale iniziarono ad essere innalzati i nuovi edifici.

Servizi e lavori pubbliciLavori

L’occasione per celebrare i primi lavori nella città fu il decennale della Marcia su Roma. E’  interessante leggere la descrizione che ne fa il mensile “Il Rubicone”:
A guardare oggi la vasta stazione ferroviaria ed a contemplare il bel viale Mussolini, degno di una metropoli e già popolato di grandiosi edifici, e poi paragonarlo nel ricordo a ciò che era la vecchia stazione coi suoi accessi, si ha veramente la impressione che si sia compiuto un miracolo. La visione cresce se, continuando per il bel viale ci fermiamo un attimo a meditare davanti al grande edificio delle scuole Rosa Maltoni e poi davanti al monumento della Vittoria, che è uno dei più spettacolosi d’Italia. E continuando ancora gioiamo alla bellezza del rettifilo Vittorio Emanuele così pulitamente sistemato; ed, entrando in piazza Saffi, emettiamo un altro grido di ammirazione per il modo come la piazza è stata sistemata, onde intonarla al grande palazzo delle Poste e Telegrafi che ne ha chiuso superbamente il quarto lato.

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Anche in Piazza Saffi, il luogo principale della città, il regime decide di lasciare il suo segno. Oltre al progetto di risistemazione della piazza fatto dall’ingegner Botteri si deve segnalare la costruzione di un palazzo molto importante per la cittadinanza, quello delle poste e telegrafi. Il nuovo palazzo viene inaugurato direttamente da Mussolini nel 1932. E’ un’occasione con la quale il regime pone un segno importante della propria presenza nella piazza principale. La retorica è ovviamente al massimo e “Il Rubicone” ne esalta ancora di più la funzione ideologica. La cerimonia è in realtà rapida, con Mussolini che preme un bottone elettrico per aprire il cancello automatico in ferro battuto. La visita è limitata solo al pianterreno e ovviamente è l’occasione con le autorità locali per ricordare lo sforzo fatto per costruire il palazzo in meno di un anno.

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Al risalto dato dai mezzi di informazione alla grande mole di lavori pubblici decisa dal governo a Forlì faceva da contraltare una serie di problemi più pratici come ad esempio quello delle espropriazioni degli edifici esistenti per la costruzione dei nuovi palazzi. Nel caso ad esempio delle espropriazioni fatte per la costruzione del nuovo palazzo degli uffici governativi i tre proprietari degli uffici da demolire avevano protestato perché convinti che le cifre promesse fossero troppo basse. In effetti la prima stima era stata fatta dal Genio civile di Forlì, la seconda venne fatta dal Ministero dei lavori pubblici che aveva ridotto il valore degli stabili di ben il 70 per cento. Il 3 aprile del 1934 i tre proprietari protestarono in forma scritta chiedendo l’intervento di Mussolini.

Sempre nell’ambito della costruzione degli uffici governativi vi era il palazzo Baratti, la cui demolizione era stata ritardata per soggetto a vincoli come bene artistico. Fu lo stesso Mussolini a spingere per accelerare i tempi così come si legge in una copia di un suo telegramma inviato al ministro dei Lavori pubblici Di Crollalanza.

Un sopralluogo da me oggi compiuto a Forlì mi fa segnalarvi l’assoluta necessità che il Palazzo Baratti sia espropriato et demolito, altrimenti il nuovo palazzo Uffici statali risulterà incompleto.

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