Sanità

Dopo la Prima guerra mondiale nei maggiori paesi industriali la medicina aveva compiuto straordinari progressi grazie alla scoperta di nuove terapie, tecniche chirurgiche e farmaci. La disponibilità di questi strumenti pose il problema di come dare la possibilità di usufruirne a tutti i cittadini indipendentemente dalle loro condizioni economiche. Alcuni paesi europei iniziarono un percorso in questo senso che si sarebbe completato però solo dopo il conflitto. L’Italia fascista seguì invece una linea d’intervento propria, stando lontana da movimento riformatore europeo che si andò sviluppando proprio tra gli anni venti e quaranta. In generale negli anni del ventennio il regime fascista restò legato a una filosofia dell’intervento statale in materia sanitaria di stampo ottocentesco. La sanità pubblica restò così soprattutto legata ad una funzione assistenziale e caritativa. Lo stato promosse comunque delle importanti lotte come quella contro la tubercolosi, malattia ancora molto diffusa nel paese. La lotta antitubercolare fu però condotta soprattutto in modo propagandistico senza andare alle radici del problema e cioè le condizioni di estrema miseria in cui vivevano milioni di contadini e operai. Mancava inoltre un’assicurazione generale delle malattie che coinvolgesse tutti i cittadini, questi quindi potevano godere di servizi sanitari differenti a seconda della categoria professionale cui appartenevano,  sistema che escludeva però la metà dei cittadini italiani. Dal lato delle strutture ospedaliere il regime non intervenne con grandi cambiamenti restando legato alla legge Crispi del 1890 che basava la sopravvivenza degli ospedali sulla carità privata e le finanze comunali. La mancanza di un intervento forte, soprattutto economico, dal governo centrale non permise di rendere omogenea la rete ospedaliera nazionale e la costruzione di nuovi strutture fu possibile solo dove erano disponibili risorse finanziarie locali. Il risultato fu una forte diversità soprattutto tra le regioni del nord e quelle del sud e tra le aree urbane e quelle rurali.

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Dopo la Prima guerra mondiale nei maggiori paesi industriali la medicina aveva compiuto straordinari progressi grazie alla scoperta di nuove terapie, tecniche chirurgiche e farmaci. La disponibilità di questi strumenti pose il problema di come dare la possibilità di usufruirne a tutti i cittadini indipendentemente dalle loro condizioni economiche. Alcuni paesi europei iniziarono un percorso in questo senso che si sarebbe completato però solo dopo il conflitto. L’Italia fascista seguì invece una linea d’intervento propria, stando lontana da movimento riformatore europeo che si andò sviluppando proprio tra gli anni venti e quaranta. In generale negli anni del ventennio il regime fascista restò legato a una filosofia dell’intervento statale in materia sanitaria di stampo ottocentesco. La sanità pubblica restò così soprattutto legata ad una funzione assistenziale e caritativa. Lo stato promosse comunque delle importanti lotte come quella contro la tubercolosi, malattia ancora molto diffusa nel paese. La lotta antitubercolare fu però condotta soprattutto in modo propagandistico senza andare alle radici del problema e cioè le condizioni di estrema miseria in cui vivevano milioni di contadini e operai. Mancava inoltre un’assicurazione generale delle malattie che coinvolgesse tutti i cittadini, questi quindi potevano godere di servizi sanitari differenti a seconda della categoria professionale cui appartenevano,  sistema che escludeva però la metà dei cittadini italiani. Dal lato delle strutture ospedaliere il regime non intervenne con grandi cambiamenti restando legato alla legge Crispi del 1890 che basava la sopravvivenza degli ospedali sulla carità privata e le finanze comunali. La mancanza di un intervento forte, soprattutto economico, dal governo centrale non permise di rendere omogenea la rete ospedaliera nazionale e la costruzione di nuovi strutture fu possibile solo dove erano disponibili risorse finanziarie locali. Il risultato fu una forte diversità soprattutto tra le regioni del nord e quelle del sud e tra le aree urbane e quelle rurali.