Lo sport


Lo sport    

0152 - ECHOS

L’incoraggiamento dei giovani all’attività sportiva come parte integrante di un progetto politico non fu una novità portata dal fascismo, ma il fascismo rielaborò la politica educativa dei precedenti governi liberali e attribuì allo sport un’importanza centrale, in linea con il progetto del miglioramento della ‘razza italica’ e la creazione dell’italiano nuovo.

lo stadio Roma Foro Mussolini SI

L’interesse dello Stato liberale di educare i giovani alle attività sportive per fini legati alla preparazione militare risale alla seconda metà del secolo XIX e si rese più urgente a cavallo della Prima guerra mondiale. Tuttavia, diventò un tema centrale nella politica dei regimi totalitari fra le due guerre, che usarono le potenzialità dello sport come mezzo di propaganda interna e internazionale, ma anche come strumento di controllo sociale interno. Il fascismo fece dello sport un fenomeno di massa incentivandone la pratica attraverso la costruzione di stadi, piscine e palestre, dove i giovani affiliati alle sue organizzazioni potevano praticarlo, allo scopo di migliorare la loro prestanza fisica ma anche sviluppare un amore per la competizione e l’agonismo. Il fascismo elevò lo sport italiano ai vertici mondiali: in particolare nell’atletica, nel calcio, nel ciclismo e nel pugilato, contribuendo a rendere lo sport la principale e più  seguita forma di spettacolo in Italia.

 E’ da sottolineare che l’incitazione allo sport fu diretta energicamente anche alle donne, principalmente affinché i loro organismi fossero sani e pronti ad affrontare il maggior numero di gravidanze possibile. L’educazione fisica delle ragazze creò forti tensioni con la Chiesa Cattolica, che non vedeva di buon occhio le pubbliche sfilate di centinaia di giovani in succinte tenute sportive e sosteneva che l’agonismo le rendeva immodeste, cioè sia troppo orgogliose che troppo attente alla cura del corpo.

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Per l’ideologia fascista lo sport, grazie anche alla sua spontanea presa popolare, assunse un’importanza fondamentale per diverse ragioni. Nelle intenzioni del regime lo sport avrebbe dovuto distrarre i lavoratori dalle problematiche politiche e le rivendicazioni di classe; sviluppare negli italiani attitudini in sintonia con i valori di una “nazione guerriera” (coraggio, abnegazione, disciplina, sprezzo del pericolo); stabilire una nuova gerarchia di valori basati sulla supremazia del più forte; non ultimo, alimentare l’orgoglio nazionalistico e un senso di appartenenza collettivo al fascismo. L’Italia divenne, nel Ventennio, una nazione sportiva, e  ciò fu possibile sia attraverso gli strumenti di comunicazione che il fascismo mise in campo per veicolare lo sport tra la popolazione (radio, stampa, cinegiornali) sia, soprattutto, attraverso il monopolio delle organizzazioni giovanili, sotto le quali irreggimentò le giovani generazioni dopo aver reso illegale tutto l’associazionismo sportivo non fascista.

   

 Fabrizio Monti