L’infanzia a Forlì e fascismo

Santarelli Visita Segretario Federale Teodorani 1942

1. La politica fascista sull’infanzia a Forlì

Per una panoramica sulla politica fascista nei riguardi dell’infanzia a Forlì ci sembra utile, a fronte della mancanza di un’indagine approfondita sull’argomento per il nostro territorio, iniziare dall’analisi degli asili, e in seguito proseguire con le altre istituzioni responsabili della gestione dell’infanzia presenti a Forlì, dando particolare rilievo agli edifici creati dal regime a questo scopo.

Leggi i docc. Coppie prolifiche, ASFo, Prefettura, Gabinetto, b. 331

Asilo infantile Forlì

Il primo nido fu creato a Forlì nel 1923, subito dopo l’insediamento fascista in città, e fu quello della filanda Maiani che, come quelli che sorgeranno di lì a poco nelle altre aziende forlivesi, rispondeva all’interesse del datore di lavoro di assicurare una maggiore produttività delle madri, mentre i figli venivano accuditi all’interno dell’azienda in appositi spazi. La Monografia industriale, scritta da Ettore Casadei ed edita a cura del Municipio nel 1926, dà ampio risalto al nido sorto nello stabilimento Maiani per volontà del Fascio femminile forlivese, riservandole un giudizio lusinghiero: “in esso – vi si legge – le operaie potevano lasciare durante le ore di lavoro i propri lattanti, in cui venivano accuditi e sfamati. Il nido poteva contenere una ventina di culle. Le spese del nido erano a carico del Cav. Maiani Napoleone, proprietario della filanda, del Comune di Forlì, della Congregazione di carità e del Fascio femminile”.

Cartoccino dei piccoli 1-bw  Leggi il PDF

Il corriere dei piccoli 1Leggi il PDF

 

Con Legge n. 2277 del 10 dicembre 1925 il Governo fascista istituiva l’Opera per la protezione e l’assistenza della maternità e dell’infanzia, che aveva una federazione in ogni provincia. A Forlì, secondo quanto riportato dalla pubblicazione Opere fasciste nel 5° annuale della Marcia su Roma, la Federazione avviò le sue attività il 29 gennaio 1927 e provvide alla nomina dei Comitati di Patronato in ogni comune. L’Onmi si muoveva su più fronti e tra le sue attività principali rientravano le assegnazione di sussidi a madri e ad orfani bisognosi; il ricovero di orfani bisognosi; la propaganda per l’impianto di nidi per i figli delle operaie nelle industrie; la revisione degli Statuti delle Opere Pie della Provincia per uniformarli alle leggi costitutive dell’Opera maternità ed infanzia; il censimento delle madri e dei fanciulli assistiti; la sorveglianza e il controllo sull’assistenza dei figli illegittimi esposti all’abbandono; l’istituzione, in unione al Consorzio antitubercolare, di Cattedre ambulanti di puericultura; la propaganda per il massimo sviluppo e controllo delle Colonie estive

Asilo infantile 2Ben presto, quindi, anche a Forlì gli asili aziendali furono sostituiti da quelli dell’Onmi. L’ente affiancò all’umanitarismo non disinteressato dei datori di lavoro un ruolo più politico di assistenza e sostituzione delle madri nella nuova metodica cura del bambino. Come scrive Livietta Campori nell’articolo intitolato Dal nido aziendale al nido educativo, pubblicato nel volume Ad immagine & somiglianza: Anche nella realtà forlivese, come in quella nazionale, gli asili Onmi venivano aperti e sostenuti sulla base di una politica familiare che mirava ad incentivare l’incremento demografico. Nell’ideologia fascista, la salute del bambino è condizione indispensabile per la tranquillità emotiva della madre a cui era richiesto un ruolo sociale che la legava indissolubilmente al dovere della massima prolificità, anche quando la famiglia non aveva i mezzi sufficienti per il sostentamento di una prole numerosa. I figli si facevano per il bene della nazione, non della famiglia.

Popolo di Romagna, Date i figli alla patria

2. L’assistenza dell’infanzia a Forlì

La già ricordata Monografia industriale offre una immagine piuttosto nitida dell’assistenza all’infanzia a Forlì nel 1926 e della sua fascistizzazione, a partire dall’età e dalle condizioni di nascita.

Gli esposti

L’origine dell’Ospizio degli esposti di Forlì è sconosciuta, ma pare che fosse affidata alle cura della Confraternita dei Battuti. Nel 1817 la spesa degli esposti (figli illegittimi abbandonati) fu affidata ai comuni compresi nel Distretto di Forlì. L’Ospizio provvedeva all’ospitalità e alla cura dei bambini abbandonati, che venivano affidati all’istituto tramite la “ruota”, un’apertura sul muro esterno dell’istituto che permetteva di collocare all’interno i neonati abbandonati senza essere visti. Essa venne soppressa in seguito alla riforma che disciplinò la materia nel 1897. Gli esposti potevano essere affidati a nutrici dimoranti in città o più spesso in campagna, ritenuta più salutare. Alla fine del 1923, secondo i dati statistici forniti dalla Monografia industriale di Forlì, gli esposti a Forlì erano 1146, di cui 587 femmine. Dal 1927, in seguito all’approvazione del R.D.L. n. 798 dell’8 maggio, a Forlì la cura degli esposti, fino ad allora in mano alla Congregazione di carità, fu affidata all’Omni. Inoltre, dal 1928 – come annunciato nel 1927 dalla pubblicazione Opere fasciste nel 5° annuale della Marcia su Roma, a cura della Federazione fascista della provincia di Forlì, – “quando verrà messo in funzione il Brefotrofio provinciale di Viale Salinatore, esso potrà ospitare fino a 50 bambini, e sarà dotato di tutti i mezzi suggeriti dalla moderna scienza medico-pediatrica e avrà anche il servizio esposti”.

    Befotrofio viale Salinatore308    Ist Vitt. Emanuele III per l'infanzia

L’orfanotrofio

 Nel 1591 il Comune di Forlì e il Vescovo crearono un ospizio con lo scopo di fare “alloggiare, nutrire e istruire i fanciulli che, in seguito a una grave carestia, mendicavano a stento la vita”. Fino al settembre 1925 l’Orfanotrofio maschile ebbe sede nei locali delle vecchie scuole musicali in via Caterina Sforza e visse principalmente di beneficenza da parte dei privati. Nel 1922 la struttura ospitava un totale di 42 orfani, scesi a 39 nel 1925. Per le bambine, invece, fin dal 1579 era stato istituito un Conservatorio per le giovani mendicanti, con il nome di Sant’Anna. Al momento della compilazione della Monografia industriale l’orfanotrofio accoglieva gratuitamente fanciulle povere provenienti da zone rurali per avviarle a un’arte o a un mestiere e anche fanciulle provenienti da famiglie meno disagiate a pagamento. Nel 1925 la struttura ospitava 25 bambine orfane.

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Gli asili

L’Asilo infantile di Forlì era stato fondato nel 1862, con l’intendimento di promuovere l’educazione religiosa, morale e fisica dei fanciulli poveri della città e dei sobborghi. All’asilo, su cui torneremo, venivano ammessi gratuitamente bambini d’ambo i sessi dai tre ai sei anni, sia appartenenti a famiglie bisognose che a famiglie benestanti, questi ultimi a pagamento. La Monografia industriale ci informa della presenza di un asilo anche presso la Chiesa parrocchiale di Ravaldino, che accoglieva bimbi di ambo i sessi dai 3 ai 6 anni. Questo asilo era frequentato da circa 100 bambini a cui venivano somministrati gratuitamente i pasti. I bambini di famiglia abbiente, invece, contribuivano con un’offerta libera. Nel 1905, per iniziativa di Anna Monti chedal 1886 era direttrice del Convitto comunale annesso alla Scuola Normale, sorse la Società pro infanzia la quale, al momento della compilazione della citata Monografia Industriale, aveva per presidente onorario Rachele Mussolini, moglie del duce. La Società si proponeva di sostenere la primissima infanzia, contribuendo ad allevare ‘sane e forti’ le nuove generazioni. La Società provvedeva ai corredini dei neonati e agli indumenti fino ai tre anni; offriva le colazioni alle madri in fase di allattamento e procurava il latte e i surrogati per l’allattamento artificiale dei bambini fino a 9 mesi dalla nascita.pro infanzia monti001 Leggi il PDF

Asilo Santarelli Archivio fotografico cartoline forlì

L’Asilo Santarelli

23- Volo di Angeli- Affresco di Francesco Olivucci (Forlì 1899-1985) nella chiesa dell'asilo

Si deve al saggista Quinto Versari una documentata storia dell’Asilo infantile Santarelli. Pubblicata a Forlì nel 1989, l’indagine di Versari fornisce una ricca documentazione alla quale attingeremo. L’asilo infantile Santarelli sostituì il primo asilo infantile laico sorto a Forlì nel 1862 (denominato “Asilo Infantile di Forlì”), grazie al contributo del Comune di Forlì, della Congregazione di Carità e della Cassa dei Risparmi e ai lasciti di privati. I diversi enti garantirono una certa stabilità economica dell’istituto nei decenni successivi. 

DOC 1- Apelle e Antonio SantarelliNel 1926 l’asilo fu intitolato ai fratelli Antonio ed Apelle Santarelli, fra i fondatori dell’asilo e grazie ai cui lasciti fu possibile iniziare la costruzione del nuovo asilo. Nello stesso anno fu dedicata un’aula a Rosa Maltoni, madre di Benito Mussolini, e il Presidente del Consiglio direttivo e tutto il personale dell’asilo prestarono giuramento di fedeltà alla Stato fascista, come prescritto dalla legge del 22 maggio 1926 per tutti i dipendenti statali e parastatali. Nel 1925 erano iscritti 288 bambini di cui 100 erano paganti; nel 1929 i bambini frequentanti erano scesi a 124. Nel 1936 l’asilo, che dal 1879 aveva sede nell’ex convento dei Frati minori osservanti dell’Ordine dei Francescani, fu abbattuto e ricostruito. Per la ricostruzione dell’asilo fu deciso di bandire un’asta per il progetto, che sarebbe poi stato sottoposto a una Commissione giudicatrice. Questa selezionò due dei sei progetti giudicati idonei e sottopose la scelta finale al Capo del governo Mussolini. Nel 1934 fu prevista una spesa di 600.000 lire, arredi compresi, per la costruzione del nuovo Asilo, cifra che, a lavori ultimati nel 1937, si attestò sopra al milione di lire (esattamente 1.013.665,28). I maggiori sforzi economici furono sostenuti dal Comune di Forlì, dalla locale Cassa dei Risparmi e da molti privati benefattori. La nuova sede era dotata di cinque spaziose aule, ampi corridoi, un dormitorio, una spaziosa sala da pranzo e un’imponente sala giochi. L’inaugurazione ebbe luogo il 6 novembre 1937 alla presenza di Rachele Mussolini.

 36- Una facciata laterale 37- Loggiato 39- Terrazzo

 38- Terrazzo  29- Il Salone 35- La cucina

 Il 26 ottobre 1938 l’ex regina Elena visitò la struttura e, secondo Quinto Versari, i forlivesi considerarono questa occasione la vera inaugurazione, e non quella con Rachele Mussolini. Nel 1939 l’asilo corse il rischio di perdere interamente la sua autonomia amministrativa, in quanto le autorità locali fasciste imposero la modifica del suo statuto allo scopo di ottenerne la guida, mettendo i rappresentanti degli azionisti in minoranza nel Consiglio direttivo. Tuttavia, il sopraggiungere del secondo conflitto mondiale ritardò l’applicazione del nuovo statuto e, a fine guerra, fu ripreso quello vigente prima dell’avvento del fascismo

Image28   14-1- Donna Rachele inaugura i locali 1936

9- Visita di SM Regina Elena di Savoia - 26 ott. 1938  42- Canti patriottici per visita Segretario Federale Teodorani 1942

La Seconda Guerra Mondiale stravolse anche la quotidianità dell’Asilo Santarelli: il 26 dicembre 1940, per ordine della Prefettura, la cancellata di ferro che recingeva la proprietà dell’Asilo dovette essere abbattuta ed essere sostituita con materiale autarchico. Tuttavia il ferro non fu ceduto alle autorità locali fasciste, bensì venduto e l’incasso utilizzato per le necessità dell’asilo. Nello stesso giorno, il Consiglio direttivo dovette provvedere ad adibire i locali sotterranei dell’Asilo ad uso ricovero in previsione dei bombardamenti aerei. Inoltre, nell’aprile del 1941, in seguito a un’ordinanza del Prefetto, una larga parte del giardino dell’asilo dovette essere trasformato in orto per ottemperare ai dettami della politica autarchica fascista. Dopo l’8 settembre, le truppe tedesche giunsero a Forlì e occuparono l’asilo Santarelli. Il 9 novembre 1944, dopo la Liberazione di Forlì, furono sostituite dalle truppe alleate. Nell’ottobre del 1946 fu possibile la riapertura di una parte dell’asilo, che poté così tornare ad ospitare circa un centinaio di bambini.

3. Condizioni sanitarie e provvedimenti sull’infanzia

Anche il regime, nella gestione delle politiche sull’infanzia, dovette fare i conti con l’elevato tasso di mortalità infantile causato dalle malattie epidermiche ed endemiche nella nostra provincia, principali causa di morte dei bambini. Ancora sul finire del secolo XIX in Romagna si registravano malattie epidermiche ed endemiche di particolare gravità come la pellagra e la malaria, determinate principalmente dalle precarie condizioni economiche di gran parte della popolazione e dalle gravi carenze nell’attuazione dei provvedimenti igienico-sanitari più elementari. A questo problema la città di Forlì cercò di porre rimedio con una serie di misure soprattutto preventive e con l’organizzazione dell’assistenza sanitaria. Nello specifico, il Comune attuò nuove disposizioni sulla tutela degli esposti attraverso il regolamento del 1896, che migliorò la gestione degli istituti. Già dal 1869, inoltre, furono costruite delle colonie marine per la cura del rachitismo e delle scrofolosi infantile, cui si affiancarono, nel tempo, altre forme di intervento assistenziale diretto all’infanzia: le colonie climatiche scolastiche montane, i campi estivi, le stazioni elioterapiche e le scuole all’aperto.

Con l’avvento del fascismo al governo, le autorità locali si limitarono a fascistizzare le preesistenti strutture ed esperienze caritatevoli e d’intervento pubblico e, in alcuni casi, a svilupparle, in ciò che oggi chiameremo “eccellenze”: è il caso – per esempio – dell’intervento nel campo dell’edilizia sanitaria riservato all’infanzia.

Strutture sanitarie per la cura della tubercolosi infantile

Nel primo dopoguerra si registrò un forte incremento delle malattie tubercolari (tbc), che divennero la malattia sociale maggiormente diffusa nel Paese. Nel 1919 e nel 1923 i rispettivi governi, liberale e fascista, diedero disposizioni per costruire specifici edifici di cura e isolamento. Nel 1927 furono istitutivi i Consorzi provinciali antitubercolari e nel 1933 la Cassa nazionale per le assicurazioni sociali divenne Istituto nazionale fascista per la previdenza sociale (Infps). La costruzione del Centro sanatoriale di Vecchiazzano, nei pressi di Forlì, fu affidato all’Infps e il luogo fu scelto personalmente da Mussolini. I lavori cominciarono nel 1932 e l’ultimo padiglione fu inaugurato il 29 luglio 1939. Il padiglione pediatrico fu completato nel 1935 e risultava uno dei più grandi e completi d’Italia, con la capacità di ospitare 300 bambini. Organizzato su cinque piani, comprendeva, oltre al ricovero dei bambini, otto aule scolastiche, uno studio dentistico, una lavanderia, un guardaroba, dei magazzini, spazi per le attività ludiche, un cinema-teatro, vari refettori, una sala visite, una sezione radiologica, uno studio per il primario e due grandi sale d’attesa.

La Lega antitubercolare

Nel settembre 1922 fu istituito a Forlì un dispensario che dal 1925 fu gestito dalla Lega antitubercolare di Forlì e, come ci informa la rivista “Forum Livii” nel numero di gennaio-febbraio 1928, aveva “come programma non solo l’accertamento diagnostico e la cura della tubercolosi, ma altresì l’accertamento delle condizioni di vita dei malati nell’ambiente familiare e di abituale soggiorno e lavoro”. Si occupava pure della vigilanza e cura dei familiari e specialmente dei bambini, che erano inviati al mare e ai monti, a spese della Lega. Per quanto riguarda i malati, l’ente curava il loro internamento in Ospedale e Sanatori e per questo aveva rapporti continui col Reparto per Tubercolosi del Civico ospedale, col Consorzio Antitubercolare e colle altre Istituzioni di Beneficenza. “La lega Antitubercolare – si legge ancora – si occupava di propaganda, contribuendo all’organizzazione della Festa del fiore, proiettando Films, distribuendo opuscoli e volantini. E’ intenzione della Lega di restituire una Colonia Elioterapica, ma per ciò occorre l’aiuto del Consorzio e degli Enti cittadini, che spera non verrà a mancare […] Il Dispensario integra l’opera diagnostica con distribuzioni di medicinali, di buoni carne, uova; con l’invio al mare e al monte dei figli di tubercolotici bisognosi di tali cure. Distribuisce pure disinfettante, sputacchiere, letti, materassi”.

1940-veduta-aerea-complesso-sanatoriale-IX-maggio-di-Vecchiazzano-web46190  Ospedale Morgagni, veduta

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4. Le strutture pediatriche cittadine

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All’inizio del Novecento, su undici ospedali presenti nella provincia di Forlì, nessuno aveva un reparto specifico per la cura e il ricovero dell’infanzia: nella città di Forlì, solo nel 1933 fu istituito nell’ospedale civile un servizio ostetrico autonomo dalla chirurgia generale. Il primo vero luogo di ricovero e cura riservato all’infanzia fu istituito nel 1931 nel nuovo brefotrofio cittadino, in viale Salinatore. Progettato nel 1925, fu terminato nel 1928 e denominato Istituto Provinciale della Maternità e Infanzia “Vittorio Emanuele III”, e costituì il “primo intervento architettonico di rilievo a Forlì da parte del regime fascista per unificare il servizio del mantenimento degli esposti (figli illegittimi abbandonati) dell’intera circoscrizione provinciale, accogliere le madri puerpere e perfezionare i servizi di questo ramo sociale. L’istituto che copriva una superficie di 550 mq. poteva ricoverare cinquanta bambini ed era dotato di tutti i mezzi suggeriti a quel tempo dalla moderna scienza medico-pediatrica” [La città progettata, p. 127].

Befotrofio, ora Villa Serena

Fra il 1933 e il 1935 l’amministrazione forlivese fece costruire l’orfanotrofio intitolato “Sandro Italico Mussolini” sul viale delle Milizie, oggi via Antonio Gramsci, attualmente sede dell’ospedale privato “Villa Serena”. Nel 1939 sorse nell’area dell’Ospedale Giovan Battista Morgagni, oggi sede del Campus universitario, un nuovo padiglione maternità donato da Manlio Morgagni, cittadino forlivese all’epoca presidente e direttore dell’Agenzia Stefani, che lo volle intitolare alla madre Giulitta.

Fabrizio Monti

Padiglione Giulitta Morgagni