La scuola a Forlì

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La scuola a Forlì alle soglie della dittatura fascista

L’istruzione scolastica forlivese ai tempi dell’unità d’Italia aveva ereditato dalla dominazione pontificia una situazione che la poneva agli ultimi posti negli indici di alfabetizzazione delle province italiane. Secondo il primo censimento del Regno d’Italia, nella città di Forlì nel 1861 circa il 60% della popolazione risultava analfabeta, con un picco del 96% nelle campagne.

Vent’anni più tardi, la situazione era migliorata di poco e continuava ad attestare la realtà forlivese in fondo alla classifica dell’alfabetizzazione dei capoluoghi di provincia dell’Emilia Romagna, assimilandola alla realtà dell’Italia centrale e meridionale. L’introduzione da parte del nuovo Stato italiano dell’obbligo scolastico (Legge Casati, 1859) per i bambini e poi una mutata consapevolezza e un forte impegno del comune di Forlì nei riguardi dell’istruzione pubblica elementare e superiore determinarono anche per Forlì la costituzione di una realtà scolastica più in linea con le medie nazionali. Il municipio si adoperò per l’apertura di nuove scuole nei sobborghi e nelle campagne, adottò misure in favore degli scolari più bisognosi e alla scolarizzazione femminile. Ciò determinò, almeno per la zona urbana, un consistente miglioramento, mentre nelle campagne l’intervento di scolarizzazione e di lotta all’analfabetismo dovette scontrarsi con una realtà sociale, culturale ed economica ancora poco favorevole all’introduzione dell’istruzione obbligatoria. Dal 1901, alla guida amministrativa della città si consolidò una maggioranza formata da repubblicani e socialisti che avviò un intenso intervento nel campo scolastico che prevedeva l’edificazione di nuovi edifici scolastici, il potenziamento della refezione scolastica e il sostegno a iniziative collaterali come l’istituzione della biblioteca popolare e la scuola serale. In particolare, l’intervento di edilizia scolastica fu mirato a ridurre lo squilibrio fra città e campagna; a questo scopo venne anche potenziata la Cattedra ambulante di agricoltura.

1. Gli istituti scolastici di Forlì prima del fascismo

Palazzo Studi

L’amministrazione fascista insediatasi nel municipio di Forlì ereditava una struttura scolastica superiore sostanzialmente in linea con il panorama di offerta scolastica nazionale. A Forlì era presente il Regio Istituto tecnico “Carlo Matteucci” (inizialmente Regio Istituto Tecnico Agronomo), istituito dal Governatore delle regie province dell’Emilia Luigi Carlo Farini, nel 1860, in osservanza alla già citata legge Casati. Nel 1862, in questo istituto furono avviati i corsi di Fisica-Matematica e Commerciale-Amministrativa. Nel 1863 fu avviato quello di Agrimensura e Agronomia. Nel 1882 l’istituto fu intitolato a Carlo Matteucci, chimico, fisico e fisiologo. Senatore del Regno d’Italia nel 1860 e Ministro della Pubblica Istruzione nel 1862, Matteucci insegnò scienze fisiche a Bologna e a Pisa, e alla sua morte lasciò, a testimonianza della sua dottrina, molte opere fra le quali il Manuale di telegrafia elettrica, e le Lezioni di fisica. Nell’anno scolastico 1922-23 gli alunni erano 250, di cui 80 ragazze. Fino a quell’anno funzionarono regolarmente le tre sezioni di fisica-matematica, commercio-ragioneria ed agrimensura. Dal 1° ottobre 1923, per effetto della Riforma della scuola media, la sezione di fisica-matematica fu soppressa e gli alunni di questo corso furono iscritti nel locale R. Liceo Scientifico.

Dopo un primo tentativo nel 1831 di istituire una scuola per chi volesse dedicarsi all’insegnamento elementare, nel 1848 fu messa in funzione la “scuola di pedagogia”. Una vera e propria “Scuola normale”, con convitto, venne fondata a Forlì nel 1861, governativa e maschile fino al 1886 quando divenne femminile e una Scuola normale maschile fu aperta nella vicina Forlimpopoli. Con Decreto Reale 4 gennaio 1891 la scuola fu intitolata alla nobildonna Marzia degli Ordelaffi. Con il 1° ottobre 1923 fu trasformata, per il riordino dell’istruzione media, in Istituto Magistrale promiscuo.

Il R. Liceo Ginnasio G. B. Morgagni fu istituito nel 1865, nel corpo del precedente Ginnasio “Vincenzo Cesarini-Mazzoni” , presente a Forlì dal 1777. Nell’anno scolastico 1888-89 frequentavano il ginnasio 97 maschi e 4 femmine; nel 1923 i maschi erano 79 e le femmine 63. Mentre al liceo la prima ragazza iscritta è del 1894-95, quando i maschi erano 30, nel 1923-24 i maschi erano 28 e le femmine 21. Nel 1860 fu istituita una Scuola Tecnica che nel 1923 fu trasformata in Scuola Complementare “Piero Maroncelli”.

La R. Scuola Industriale Maschile “Umberto I” fu voluta dall’On. Alessandro Fortis nel 1900 con il nome di Scuola di Arti e Mestieri. Nel 1918 venne classificata tra quelle di II grado (tirocinio) con le seguenti sezioni: aggiustatori, meccanici, elettricisti, falegnami, ebanisti e modellisti, decoratori, intagliatori; e poi Corso superiore per elettrotecnici motoristi, Sezione serale per disegno applicato per operai. Nel 1924 contava 210 allievi ed era finanziata dallo Stato e dagli enti locali: Provincia, Municipio, Camera di commercio e Cassa dei Risparmi.

La R. Scuola Industriale Femminile fu fondata nel 1902 da Anna Monti, allora direttrice del Convitto comunale, per l’istruzione essenzialmente femminile. Nel 1906 l’istituto prendeva il nome di Scuola professionale femminile, alla dipendenza del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio. Con R. D. n. 2098 del 27 ottobre 1918, la scuola fu classificata con la denominazione di R. Scuola Industriale Femminile “Giorgina Saffi”. La scuola ospitò un massimo di 222 alunne all’anno, con lo scopo di “Educare ed istruire le giovinette come a donna si conviene; far loro acquistare quelle pratiche cognizioni che le rende atte ad attendere con saggio criterio agli uffici domestici, e ad esercitare una professione ove il bisogno lo richieda”. Nel 1925 fu riordinata quale Scuola Industriale femminile di avviamento al lavoro (R.D. n. 1074 del 28 maggio 1925).

A seguito del nuovo ordinamento dell’istruzione media nel 1923 venne istituito a Forlì il R. Liceo scientifico presso il Palazzo degli Studi in piazza Morgagni, negli spazi precedentemente occupati dalla pinacoteca comunale. Il 6 giugno 1924 il Collegio degli insegnanti deliberò di intitolare il liceo a Fulcieri Paolucci De Calboli, eroe forlivese della prima guerra mondiale. Nell’anno scolastico 1924-25 contava 44 alunni ripartiti in 4 classi. L’istituto doveva preparare i giovani che aspiravano agli studi universitari nelle facoltà di Scienze e di Medicina e Chirurgia.

Liceo Decreto

2. L’istruzione scolastica a Forlì durante il fascismo

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Lo spazio a disposizione e lo stato della ricerca storica al riguardo non ci consentono di trattare l’argomento della scuola forlivese durante il fascismo in modo esauriente. In questa sede ci limiteremo a fissare alcuni passaggi cronologici, a presentare qualche documento significativo in grado di testimoniare l’impronta ideologica imposta alla scuola dal fascismo e, infine, a trattare l’intervento edilizio scolastico.

1926: Prima mostra didattica romagnola

Nel secondo numero del 1926 del periodico del Municipio di Forlì “Forum Livii” si dà ampio spazio alla Prima mostra didattica romagnola che fu tenuta a Cesena ed Edvige Monti Mambelli, che firma l’articolo, svolgeva alcune riflessioni molto utili, valide anche come testimonianza diretta, sulle scuole elementari di Forlì.

Si cammina – vi si legge – su vie nuove verso mete che la scuola pone alla sua attività; la riforma scolastica, voluta dal Governo nazionale, è in pieno fervore di attuazione e la Mostra di Cesena vuol essere appunto l’indice di quello che si è tentato di raggiungere nella nostra Romagna […] E’ bene premettere che le nostre Scuole comunali non hanno il Corso Integrativo e ciò per varie ragioni, di cui la principale devesi ricercare nel fatto che in Forlì esistono due fiorenti scuole industriali, maschile e femminile, ove i giovanetti ricevono un’ottima preparazione professionale. [...] Nessuna forma di attività scolastica è trascurata; dal linguaggio grafico alla corrispondenza interscolastica, alla enigmistica, ai giuochi, ai sussidi didattici, la complessa vita di scuola è presente nell’interezza del suo organismo. I lavori femminili sono raccolti nella seconda sala. La quantità e la qualità dei prodotti esposti vuol essere una dimostrazione che il lavoro donnesco ha riacquistato nelle nostre scuole il pregio che merita per il suo significato altamente educativo.

1927: un primo bilancio

_DSC0588Il volume edito dall’Amministrazione comunale di Forlì nel quinto anniversario della marcia su Roma, Costruire, elenca i principali interventi del fascismo nella provincia di Forlì. Per quanto riguarda l’istruzione il volume pubblica delle statistiche di cui vale la pena riportare qualche estratto. Nel 1922 le scuole elementari urbane erano 60, con 2.640 iscritti; nel 1926 passarono a 61 e gli iscritti a 2.117. Le scuole elementari rurali da 51 passarono a 60 nel 1922 e gli iscritti da 2.975 a 2.464. La media generale di alunni per classe era di 35.1 nel 1922 e 25.9 nel 1926. Il sensibile calo degli iscritti “non deve essere attribuito a una crisi dell’istruzione primaria locale, ma va fatto risalire alla contrazione delle nascite del periodo di guerra e dell’immediato dopoguerra”. Ma, sottolineava la pubblicazione, “E’ invece da segnalarsi il movimento ascensionale delle scuole e delle classi, nonostante la riduzione degli alunni; circostanza che vale a documentare l’impulso dato alla educazione dei giovanissimi”.

Un sensibile incremento di alunni si ebbe nel liceo, che passarono dai 40 del 1922 ai 61 del 1927, mentre al ginnasio da 147 passarono a 144. Il Regio Liceo scientifico nell’anno scolastico 1923-24 registrò 39 iscritti, di cui 36 promossi, mentre nell’anno 1926-27 gli iscritti furono 46 e i promossi 28. L’Istituto tecnico registrò un consistente calo, passando dai 284 iscritti del 1922 ai 202 del 1927. Nel 1926 il Consiglio Comunale di Forlì istituì, insieme alla Banda Musicale, anche la Scuola Musicale intitolata ad Angelo Masini.

1931: il Patronato scolastico

Nel 1931 anche il Patronato scolastico di Forlì entrò a far parte dell’Opera Nazionale Balilla, come ente coordinatore dell’attività assistenziale della gioventù fascista. Era sorto nel 1893, e nel 1913 fu istituito in ente morale con il compito di favorire l’attività scolastica e assistere gli studenti più bisognosi attraverso la distribuzione di materiale didattico, oggetti scolastici e indumenti: nel 1923 su 5.000 alunni frequentanti le pubbliche scuole, 1.220 beneficiarono gratuitamente di tutto il materiale scolastico.

1931-1932: l’inaugurazione dell’anno scolastico

foto balillaIl 16 ottobre, all’inaugurazione dell’anno scolastico 1931-1932 delle scuole medie, il discorso inaugurale del Prof. Mario M. Rossi (insegnante di lettere e storia al Regio Liceo Scientifico “Fulcieri Paulucci De Calboli”) declinava con toni esaltatori l’opera del regime in materia, come registrava la rivista “Forum Livii”:

Nella pazienza e nel lavoro continuo ci si prepara ai doveri più alti: l’oratore propose ai giovani l’esempio di Mussolini che, umile maestro elementare, studia e si prepara ai grandi compiti del domani […] Così prima della guerra, nella vita facile e pacifista, solo Marinetti ebbe il coraggio di insegnare che anche la letteratura è una guerra e che l’intellettuale e predestinato alla lotta […] L’oratore evocò poi le virtù del popolo, dell’operaio, del contadino, pronto a balzare dal monotono duro lavoro all’epica della guerra […] Gli studenti devono imparare le virtù del popolo: tenere duro, lavorare; essi devono tenere pronte le armi, il libro ed il moschetto.

Un discorso intriso d’ideologia che ci offre una testimonianza importante non solo sul grado di adesione del corpo insegnanti alla retorica di regime, ma anche sull’intensità della propaganda impartita agli scolari di tutte le età. Propaganda che mirava a esaltare la figura del Duce in ogni suo aspetto, reale e immaginario, e a instillare nelle menti dei giovani in maniera indelebile i valori cardine del sistema ideologico fascista.

1937. Le scuole rurali

Leggi docc. Scuole rurali anno 1937, ASFo, Prefettura, Gabinetto, b. 336

3. I principali edifici scolastici costruiti a Forlì nel Ventennio

La reale esigenza di edifici scolastici assieme alla volontà politica di fare di Forlì “la città del duce” in cui rendere visibili e palpabili i risultati del regime, anche nel campo dell’architettura scolastica, comportò l’edificazione di importanti strutture scolastiche.

1930-1932: La Scuola Elementare “Rosa Maltoni Mussolini”

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Il “Popolo di Romagna” del 4 febbraio 1933 annunciava che “Con la massima regolarità e disciplina si sono compiuti il trasloco e la sistematizzazione delle scuole della città, nell’uopo designate, nel nuovo e grandioso edificio scolastico rionale intitolato a Rosa Maltoni in Mussolini sul viale Benito Mussolini, che, per modernità d’impianti, luminosità e ampiezza di aule, corredo di sussidi didattici può considerarsi un modello del genere”. La scuola poteva ospitare fino a 1.000 studenti.

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I danni di guerra

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1937-1941: il nuovo Istituto Tecnico Industriale “Alessandro Mussolini”

In seguito all’insediamento a Forlì delle prime attività industriali, legate principalmente alle filande e agli opifici, il Comune istituì, nel 1894, una scuola tecnica “rivolta al ramo meccanico falegnameristico che unisce nei suoi programmi alle materie teoriche, letterarie e scientifiche anche le materie pratiche.” Era una scuola moderna dati i temi, dove non si insegnava un mestiere ma si fornivano ai giovani le nozioni e le capacità per entrare in più mestieri, anche se della stessa branca. Il nome del corso chiarisce anche i suoi intenti: Scuola di disegno applicato alle arti e ai mestieri” [in Siro Ricca Rosellini, Discorso pronunciato in occasione della “Giornata della Tecnica” nel 1984, dattiloscritto conservato presso l'ITIS]

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La scuola diviene Regia nel 1900, e nel 1927 venne istituito un corso libero di Istituto Tecnico Industriale per rispondere alla necessità, in previsione di una espansione industriale forlivese, di periti industriali, allora disponibili solo nei più vicini istituti di Vicenza e Fermo. Infatti, i primi periti forlivesi dopo cinque anni di corso dovettero sostenere nel 1932 l’esame di Stato a Vicenza. L’anno successivo il corso Tecnico divenne Regio e vi si sostennero i primi esami di Stato. Nel 1933 a Cesena fu creata la sezione di Istituzione Tecnica Agricola presso la Scuola Tecnica “Ubaldo Comandini”. Nel 1934 per l’istituto tecnico forlivese si pensò a un nuovo edificio, la cui realizzazione, iniziata nel 1937, fu fortemente voluta da Mussolini per dotare Forlì di una struttura scolastica che doveva proporsi anche al di fuori del territorio urbano. L’edificio sorse nell’allora viale XXVIII Ottobre, al centro del nuovo sviluppo urbanistico forlivese, e fu inaugurato nel 1940. I bombardamenti alleati del 5 giugno 1944 produssero ingenti danni all’edificio.

Iti in costruzione   Istituto tecnico industriale  81 Istituto tecnico

I danni di guerra

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1940-1943: la Scuola Elementare “Sandro Italico Mussolini”

Ancora nel 1940, Mussolini riteneva che il numero delle strutture scolastiche in città non fosse sufficiente e decise di far avviare la costruzione di un nuovo edificio scolastico. Una commissione composta dal Provveditore agli studi, dal medico provinciale e da un ingegnere del Genio civile individuò, in una posizione sopraelevata, in prossimità di piazzale Ravaldino, in viale Livio Salinatore, la zona più idonea per edificarvi la nuova scuola, che sarebbe servita, in estate, anche come colonia solare, data la sua vicinanza con il fiume Montone. I lavori cominciarono nel 1940 e dovettero presto fare i conti con la carenza dei materiali da costruzione, dovuta all’inizio della guerra. Fu terminata nel 1943 e poteva contenere cinquecento alunni.

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4. Essere studenti a Forlì: le testimonianze

Finora abbiamo posto l’attenzione principalmente sulla scuola di Forlì, nei suoi aspetti istituzionali ed architettonici. La scelta è stata dettata dalla volontà di fornire un quadro generale, utile per ulteriori ricerche sugli attori principali della scuola forlivese nel ventennio, e cioè gli studenti, a partire da alcune testimonianze, che pubblichiamo di seguito.

La scuola che noi vogliamo”

Alla vigilia della Liberazione uscì sull’organo del Fronte della gioventù romagnola un articolo non firmato dal titolo La scuola che vogliamo, in cui ci si poneva il problema, di fronte alla guerra ancora in atto, della rinascita dopo il conflitto: “Data la nostra età – vi si legge -, nessuno meglio di noi, può delineare gli aspetti fondamentali e gli errori della scuola fascista in cui avremmo dovuto formare la nostra personalità; noi che ancora viviamo fra i banchi della scuola sentiamo meglio di chicchessia il vuoto che essa ha provocato in noi”. La testimonianza continua rendendo omaggio a certi insegnanti, quelli che “non si piegarono”. Gli studenti “ebbero la rara fortuna di incontrare dei vigorosi educatori, messi al bando da una fazione corrotta e corruttrice, che plasmarono le loro coscienze nel segreto della cospirazione e fecero scaturire in essi la fermezza dei propositi e la fede appassionata dell’ideale”. Secondo l’autore dell’articolo, la scuola fascista aveva prodotto “un vuoto interiore nei più” e in altri “cieca violenza, come incapacità d’iniziativa e supina accettazione di una tirannica volontà”, e continuava prevedendo lunghi anni e sforzi dolorosi perché questa mentalità potesse essere soppiantata da una nuova visione della vita, “da quel senso della giustizia e del dovere senza i quali non esiste l’uomo”.

L’articolista prosegue suggerendo basi morali e pratiche della nuova scuola in totale contrapposizione a quelle dominanti nel ventennio precedente:

Noi vogliamo una nuova scuola, una scuola che sia ben al di sopra dei partiti e delle sette religiose, né faziosa, né confessionale […] riteniamo quindi che a fondamento della scuola debbano stare non un concetto individualistico o di sopraffazione violenta, ma i principi universali della fraternità, dell’onestà, del senso del dovere, della giustizia […] L’educazione sarà però efficace solo se l’insegnante diverrà l’incarnazione vivente di questa moralità, il che, secondo noi, è realizzabile solo se esso sarà sottratto ad ogni schiavitù economica e se la scuola avrà piena autonomia, sarà cioè, libera da ogni asservimento ad organizzazioni esterne […] Dobbiamo dare all’educatore la dignità che gli fu consapevolmente strappata […] A questo stato di cose contribuirono quegli insegnanti di gretta mentalità fascista e militaresca che trasformarono addirittura la scuola in un palcoscenico di burattini meccanici inaugurando quella detestabile disciplina prussiana, disciplina esteriore che vuota la persona di ogni contenuto umano e allontana le intelligenze giovanili dagli educatori […] A noi non importa che un ragazzo stia perfettamente sull’attenti, ma piuttosto che sappia quali sono i suoi doveri; non vogliamo una disciplina delle braccia e delle gambe, ma del cuore e dell’intelligenza, non una spregevole disciplina materiale, ma una più alta: quella morale […] Anche nella scuola deve cessare lo scandalo dei favoritismi e delle predilezioni […] Un altro grande errore della scuola fascista é stato quello del libro unico che riuscì un capolavoro di miopia e di basso spirito di setta […].

Questa testimonianza è interessante perché documenta bene come l’educazione ricevuta in epoca fascista sia stata percepita come subita, e anche come l’impostazione gentiliana astratta, classista e sessista, fosse ritenuta da archiviare ai fini della ricostruzione. Alla vigilia della Liberazione, in questi testi, alcuni giovani fanno un bilancio dell’esperienza educativa fascista piuttosto impietoso. La scuola fascista è descritta come totalmente distante dalle esigenze formative del bambino, autoritaria, e in cui si tendeva ad atrofizzare la mente e ad allenare il corpo per i futuri campi di battaglia, in un parossistico delirio militarista spesso alieno alla popolazione.

Secondo la nuova retorica antifascista, lo studente della scuola fascista aveva dovuto imparare a riconoscere e rispettare le rigide gerarchie – parola chiave della retorica fascista – che lo circondavano, sia a scuola che in famiglia e nella società. In testa alla piramide, il duce, cui si giurava fedeltà e ubbidienza fino al sacrificio estremo, seguito poi dal resto della gerarchia fascista. Da questi gruppi di comando erano esclusi quei poco numerosi individui che sceglievano di non allinearsi, di non giurare, di non prendere la tessera: gli antifascisti dichiarati e non, i loro figli, che nella scuola erano spesso emarginati, derisi e umiliati. Nella società, come nella scuola, si insegnava la legge del più forte, il culto della razza, la gerarchia tra i generi e poi l’antisemitismo, l’odio per lo straniero e il diverso. La violenza doveva preparare e selezionare l’“uomo nuovo”, e la disciplina era regolarmente impartita con umiliazioni e punizioni corporali, sia a scuola che in famiglia.

Leggi “La scintilla”, organo del Fronte della gioventù romagnola, a. II, n. 10, Forlì, 8 novembre 1944

I ricordi dei giovani protagonisti

Rino Monti, classe 1927, della Pescaccia, villaggio nelle campagne forlivesi, ricorda nitidamente il fatto che, da bambino, i suoi genitori non acquistarono mai per lui la divisa da Balilla, adducendo la scusa, di fronte alla maestra incaricata di fare rispettare questo obbligo, che non ne avevano le possibilità economiche. E non doveva essere la sola famiglia della zona, se è vero, come ricorda ancora Monti, che la visita di un ministro in zona fu preceduta dall’arrivo di un camion proveniente da Forlì carico di divise da Balilla per i bambini della zona, che ne erano privi. Povertà o riluttanza? In ogni caso, l’atto non conformista non influì nel rendimento scolastico di Rino Monti, come risulta dalle sue pagelle e dall’attestato di licenza elementare.

Certificato di studio, scuola elementare

Pagella Monti a. XII

 Pagella Monti a. XIII

 Pagella Monti a. XIV

 Pagella Monti a. XV

 Pagella Monti a. XVI

Ottorino Bartolini, nel suo libro autobiografico i Ragazzi del Campino, ricorda – siamo a Cesena – : “Il maestro mi metteva sempre all’ultimo posto della fila. Nella palestra GIL, alla presentazione dei saggi, non potevo iniziare neppure gli esercizi. Tutto questo per il semplice motivo che non avevo la divisa di Figlio della Lupa”. Sfogliando le pagine del volume di Bartolini è interessante soffermarsi sulla descrizione dei professori: “La professoressa, che ricordo imponente, sempre in divisa, col suo comportamento fiero, petto in fuori, testa alta […] che tutti chiamavano la fascistona, del medaglione con l’effige del Duce sul petto […] quell’altro maestro della terza classe, alto, grosso, con la faccia rossa e la testa quasi pelata che ricordo sempre in camicia nera anche in aula”. Di contro, il “maestro Giunchi era una buona e gentile persona, sicuramente emarginato perché antifascista, che nella scuola veniva boicottato e anche deriso”. E ancora la quotidianità scolastica scandita dai rituali fascisti: “Al suono della campanella, appena ultimate le ore di scuola, il maestro, quando avevamo raccolto nelle borse i quaderni, ordinava tutti in piedi. Con ordine, e in silenzio, uscivamo dall’aula e nel corridoio formavamo la squadra. Al via del maestro scendevamo, sempre inquadrati, le scale e ci fermavamo davanti al grande portone della scuola. Lì, ancora in perfetto ordine, attendevamo gli ultimi ordini del maestro: Saluti al Duce e di seguito c’era la nostra risposta, d’obbligo, in coro: A noi, e il Rompete le righe.”

Pagine di quaderno 1. Arch. Bartolini Apri il quaderno

Pagine quaderno 2. Bartolini Apri il quaderno

Pagine quaderno 1. Bartolini Apri il quaderno

Gli insegnanti

Dalle testimonianze degli scolari emerge spesso la figura dell’insegnante che si adeguò per convinzione, per convenienza o per sopravvivenza e quieto vivere, alle imposizioni del fascismo, ma emerge anche la figura dell’insegnante che non rinunciò a esprimere le proprie idee e in qualche modo a trasmetterle agli studenti.

Laura Bazzocchi, nata a Forlì nel 1921, in un suo intervento del 1999 al convegno “Ricostruzione, ricostruttori, 1945-1951” tenutosi a Forlì, ci rimanda a una scuola in cui non tutti i professori si adeguarono al fascismo, e ne subirono le conseguenze.

Il mio massimo interesse – diceva – era rivolto allo studio del pianoforte sotto la guida del maestro Gianni Bonfiglioli, mite e coltissimo, ma assolutamente alieno alla politica. La sua curiosità e dirittura politica lo induceva a discutere con i miei genitori quando, con piacere fermandosi a pranzo, poteva liberamente esprimere curiosità e dubbi con l’evidente ansia di uscire dal modello della cultura fascista nella quale si era trovato annesso in modo acritico. In contrasto col clima d’agnosticismo politico, adagiato supinamente nel modello totalitario (faceva eccezione il maestro Martuzzi) che aleggiava nel liceo musicale era fortemente esplicito nel Liceo Classico il clima antifascista per la presenza del repubblicano prof. di storia e filosofia Icilio Missiroli che fu poi eletto sindaco di Forlì, della mia zia Maria Colomba […] del prof. Cattani di matematica e fisica, alto, elegante, che tutti i giorni raggiungeva Forlì in bicicletta dalla Cosina, periferia di Faenza ove abitava, il quale ad alta voce proclamava il suo antifascismo ed ateismo quando si scaldava con un bicchiere di Sangiovese insieme al prof. Pilia, nero, piccolo, vivacissimo sardo prof. di greco, e infine sotto la guisa del preside Toldo fervente antifascista e forse massone, allora questi ultimi erano veramente segreti, per sfuggire alla repressione del regime. Il clima vi era tale da suscitare alla fine una lunga ispezione ministeriale che si concluse con il rinvio di Pilia in Sardegna, l’espulsione del preside, la diffida di Cattani e della mia zia Maria.

Al medesimo convegno del 1999, un’altra testimonianza ci suggerisce come la famiglia, pur con tutta la prudenza, più della scuola condizionava i giovani scolari nelle loro spontanee esternazioni. Stelio Ghetti ricorda un episodio avvenuto quando frequentava la 5a: “In una discussione con dei miei compagni di scuola io mi alzai in piedi, salii sul banco e urlai: l’Italia (si parlava d’Italia e di Mussolini) non l’ha fatta Mussolini, l’Italia, l’ha fatta Mazzini e Garibaldi, viva la Repubblica abbasso il fascismo. La cosa venne risaputa fuori, perché il figlio di una che era ufficiale della milizia lo raccontò al padre, insomma, in conclusione, presi 15 giorni di sospensione dalla scuola e a mio padre gli fu chiuso l’esercizio per tre o quattro giorni; fu anche minacciato”.

Stelio Ghetti nel 1931 cominciò a frequentare la prima dell’Istituto tecnico Carlo Matteucci in piazza Morgagni, e lo ricorda come un importante luogo di formazione antifascista, grazie soprattutto ad alcuni professori che vi insegnavano.

 Fabrizio Monti