La politica scolastica del fascismo

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La politica scolastica fascista

Libro e moschetto

Il governo esige che la scuola si ispiri alle identità del fascismo, esige che la scuola sia non dico ostile, ma nemmeno estranea al fascismo, agnostica di fronte al fascismo, esige che la scuola in tutti i suoi gradi e in tutti i suoi insegnamenti educhi la gioventù italiana a comprendere il fascismo, a rinnovarsi nel fascismo e a vivere nel clima storico creato dalla Rivoluzione fascista.” (Mussolini, discorso di Piazza San Sepolcro, 23 marzo 1923)

La politica scolastica fascista va valutata tenendo in considerazione il fatto che l’Italia, durante il ventennio, stava vivendo alcuni fenomeni di modernizzazione comuni ad altri paesi industrializzati occidentali: burocratizzazione dello Stato, espansione del settore terziario, industrializzazione avanzata, migrazioni interne, sindacalizzazione della classe operaia, allargamento del suffragio, femminilizzazione, superamento delle strutture agricole. Tali fenomeni si ripercuotevano sulla società italiana paventando un riequilibrio di potere tra le classi a svantaggio della borghesia, in particolare quella agraria, e anche un mutamento culturale riguardante i valori alla base della sua egemonia.

La riforma di Giovanni Gentile

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La riforma della scuola del 1923 ad opera del Ministro della Pubblica Istruzione Giovanni Gentile, insieme ad altre politiche fasciste come la campagna ruralista, l’accentramento amministrativo e le leggi contro il sovrappopolamento delle città, furono misure mirate a impedire la mobilità sociale avviata dai processi su menzionati. Una forte impronta classista, infatti, pervade la riforma, la quale mirava a rendere più difficile l’accesso delle classi subalterne all’istruzione superiore, e a selezionare la classe dirigente. Ad esempio, per quanto riguarda la scuola elementare, essa contrasse l’offerta formativa nei luoghi dove non si raggiungevano le soglie minime di frequentanti.

La riforma fu varata attraverso una serie di regi decreti, e fu caratterizzata dal privilegiare la cultura umanistica – a discapito di quella scientifica, storico-sociale e tecnica – ritenuta avere una capacità formativa superiore per consentire l’accesso agli studi universitari. Un concetto questo in verità già contenuto nella legge Boncompagni n. 818 del Regno di Sardegna (1848) e nella legge Casati del 1859. Il liceo ginnasio accentuò il suo carattere umanistico e le materie scientifiche furono ridotte, mentre nel neo-istituito liceo scientifico le ore scientifiche rappresentavano solo un terzo del totale, a fronte di due terzi di materie classiche.

L’accesso al liceo classico (l’unica scuola che consentiva l’accesso a tutti corsi di laurea) e all’istruzione universitaria fu reso progressivamente molto restrittivo tramite esami sempre più rigorosi, eliminando le istanze democratiche liberali emerse nel primo dopoguerra e convogliando la maggior parte degli studenti verso le scuole per l’avviamento professionale. Le ragazze invece furono indirizzate prima verso il neoistituito liceo femminile, abolito pochi anni dopo, e poi verso l’insegnamento magistrale, unificato nel 1928 in un unico tipo di istituto.

La competenza per gli istituti tecnici (geometri e ragioneria), che consentivano l’accesso alla facoltà di Economia e Commercio, fu trasferita al Ministero della Pubblica Istruzione, mentre gli istituti industriali e professionali (tra cui l’agrario) rimasero dipendenti dal Ministero dell’Economia Nazionale.

L’intero assetto dell’istruzione fu riorganizzato, dalla scuola materna all’università, sia dal punto di vista organizzativo che didattico. L’obbligo scolastico fu innalzato a 14 anni. La scuola elementare, dai sei ai dieci anni, obbligatoria e gratuita, era suddivisa in due corsi: inferiore fino alla terza classe, e superiore fino alla quinta, a cui si accedeva superando un apposito esame di Stato.

Dopo la scuola elementare, che si concludeva con l’esame per conseguire il “Certificato di compimento”, l’alunno aveva quattro possibilità per continuare gli studi:

1. La triennale Scuola complementare di avviamento professionale, al termine della quale non era possibile iscriversi ad alcun’altra scuola.

2. Il Ginnasio a cui si accedeva dopo un esame di ammissione, ed era a sua volta suddiviso in due corsi, il cui passaggio comportava un esame alla fine del terzo anno. Al quinto anno un altro esame dava l’accesso al liceo. Il liceo, della durata di tre anni, dopo un esame finale, dava l’accesso all’Università;

3. l’istituto tecnico, articolato in un corso inferiore, triennale, seguito da un corso superiore, quadriennale; il corso inferiore dava accesso anche al liceo scientifico;

4. l’istituto magistrale, articolato in un corso inferiore, quadriennale, e in un corso superiore, triennale, destinato alla preparazione dei maestri di scuola elementare; il corso inferiore dava accesso anche al liceo femminile;

La riforma fu caratterizzata, dal punto di vista burocratico-organizzativo, da un ritorno all’accentramento e all’abolizione dell’autonomia didattica, invertendo la tendenza dei governi precedenti di decentrare le competenze tecnico-amministrative agli enti locali. Dal punto di vista didattico, però, Gentile lasciò un certo margine di indipendenza agli insegnanti.

Tuttavia, l’aspetto più significativo della politica scolastica fascista avviato con la riforma Gentile fu l’uso dell’istituzione scolastica ai fini della manipolazione ideologica della popolazione, dall’infanzia sino all’ingresso nel mondo del lavoro, soprattutto dalla seconda metà degli anni Trenta, con la pressione crescente derivante dalla necessità di consolidare lo stato totalitario. Si investì molto, in particolare, sulla formazione degli insegnanti delle elementari, che avevano il compito cruciale di formare ‘l’anima nazionale’.

La scuola diventò una delle fonti primarie di indottrinamento dei nuovi giovani fascisti e la creazione nel 1929 del libro unico di stato e l’uniformazione dei programmi ministeriali, contribuirono alla martellante propaganda avente lo scopo di instillare i principi della gerarchia e dell’ubbidienza, secondo la nota divisa “Dio, Patria e Famiglia”.

E’ opinione dello storico Gabriele Turi che l’opera di Gentile fu, soprattutto, funzionale alla necessità politica di unificare e organizzare le forze disperse della borghesia liberale. Dopo aver unito il popolo sul fronte del nazionalismo, il fascismo accompagnò lo squadrismo con una serie di strategie atte ad allargare la base del consenso soprattutto tra i gruppi egemoni, e ciò consentì di schiacciare le opposizioni. Negli anni successivi, tuttavia, la borghesia capitalistica protestò contro la severità della scuola e la sua impostazione poco attenta alle necessità dello sviluppo economico, e fece pressione sul governo affinché si adoperasse in tal senso. E’ con l’intervento di Giuseppe Bottai che questa istanza sarà presa in carico dallo Stato, in particolare in coincidenza del massiccio impegno bellico a partire dalla seconda metà degli anni Trenta. La Riforma Gentile, pur essendo stata definita da Mussolini “la più fascista fra tutte quelle approvate dal Governo”, non rispose appieno all’idea di educazione totalitaria del regime, essenzialmente perché si rivelò troppo elitaria e antiscientifica, ritenuta poco propensa all’innovazione tecnica e malvista dalla Chiesa in quanto l’insegnamento religioso era previsto da Gentile solo nella scuola elementare.

L’editoria scolastica

Cop. Libro scol. 9. Arch. BartoliniIl tentativo del regime di formare attraverso la scuola “l’uomo nuovo fascista” lo si può leggere ancora oggi nello sforzo di rinnovamento dei libri di testo, sia nei contenuti che nella veste grafica, in particolare per quelli destinati alle classi elementari.

Il sistema editoriale italiano fu scosso dalle trasformazioni fasciste, soprattutto nel settore scolastico. L’attenzione fascista all’istruzione e l’introduzione del libro di Stato con la legge n. 5 del 7 gennaio 1929, finanziato abbondantemente dallo Stato, creò un sistema clientelare (definito “camorra editoriale”) di selezione delle imprese incaricate e premiò quelle aziende che erano riuscite a rimanere indenni nel passaggio dall’editoria artigianale e familiare a quella industriale. Il libro di stato fu un elemento chiave del progetto totalitario e rappresentò un’importante cesura sia nella storia editoriale che scolastica. L’editore che più di ogni altro trasse vantaggio dal nuovo sistema e che collaborò più intensamente col governo al progetto educativo fascista fu Mondadori, ma ne beneficiarono abbondantemente anche le aziende gestite da Gentile (Sansoni, Le Monnier, Bemporad e Olschki) e Vallecchi.

Nei testi scolastici, miranti a radicare sin dall’infanzia le idee fulcro del sistema ideologico fascista, il Duce era descritto ora come un guerriero, ora come un “uomo della provvidenza”, ora come un padre: una figura mitica e fiabesca più che reale. Era buono, forte, fiero e rassicurante e al bambino non restava altro che fidarsi e obbedirgli. L’altro aspetto fondamentale, oltre alla celebrazione del fascismo, era la creazione di un forte spirito nazionale: un progetto culturale rimasto incompiuto, secondo Mussolini, sin dall’Unità politica.

Le tematiche storiche diventarono uno strumento utile per la creazione di una identità e di una serie di valori condivisi. Queste furono trattate nei libri di testo in modo interamente strumentale. Il Risorgimento fu privato dei suoi aspetti liberali e democratici, e strumentalizzato a fini nazionalistici. Della Rivoluzione Francese, descritta negativamente, venivano narrati soprattutto gli aspetti più cruenti come il Terrore. La storia romana, infine, fu recuperata come modello per il nuovo Impero progettato dal duce.

Cop. Libro scol. 7. Arch. Bartolini   Cop. Libro scol. 12. Arch. Bartolini    Cop. Libro scol. 11. Arch. Bartolini

Cop. Libro scol. 2. Arch. Bartolini    Cop. Libro scol. 3. Arch. Bartolini    Cop. Libro scol. 1. Arch. Bartolini

Gli anni Trenta e la svolta di Bottai

Dal 1929 in poi, il sistema dell’istruzione venne rimaneggiato. Il Ministero della Pubblica Istruzione fu trasformato in Ministero dell’Educazione Nazionale, allo scopo di renderlo più adatto al progetto di fascistizzate la scuola, in parallelo con la creazione della “terza via” dello stato corporativo. Così, il progetto educativo, insieme alla sorveglianza delle comunicazioni di massa e alle organizzazioni che gestivano il tempo libero degli italiani di tutte le età, diventava una tessera importante del progetto totalitario, che mirava a estendere il controllo dello Stato e del PNF sull’intera società civile. Nel 1929 fu imposto il giuramento fedeltà ai maestri elementari, poi agli insegnanti della scuola secondaria e, nel 1931, su proposta di Gentile, anche ai professori universitari.

Come già accennato, il Governo, soprattutto a seguito dell’adozione della sua aggressiva politica estera e della conseguente economia di guerra, subiva pressioni da parte dell’industria affinché la scuola formasse dei giovani con competenze tecniche specifiche. La scuola quindi, alla fine degli anni Trenta, si adeguò alle esigenze della realtà produttiva e sociale. E le famiglie, d’altra parte, colsero l’occasione per mandare i ragazzi alle scuole tecniche ad alto tasso di occupazione piuttosto che agli istituti agrari, ormai in declino.

La scuola diventò un ulteriore mezzo di propagazione dell’ideologia fascista, basata sui miti del duce, dello Stato corporativo come suprema realizzazione dell’armonia sociale e dello Stato etico, in cui lo Stato avrebbe coinciso con la società civile. I contenuti didattici furono manipolati a scopi propagandistici e nuove discipline furono create, a livello universitario, in risposta alla nuova realtà: Diritto corporativo, Cultura militare, Storia e dottrina del fascismo. La scuola, la GIL, i GUF, l’ONB, l’ONMI, i media, l’Accademia, l’Istituto di cultura fascista, l’Istituto Luce, il nuovo Ministero della Cultura Popolare formavano l’imponente apparato propagandistico che avrebbe dovuto diffondere i punti cardine dell’ideologia fascista: la religione, il nazionalismo, la famiglia, la subordinazione della donna, la gerarchia, il militarismo, il virilismo, l’attivismo eroico.

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La legislazione scolastica

Nel 1929 il Ministero dell’Educazione Nazionale assume la competenza sugli istituti industriali, le scuole professionali e gli istituti nautici, già di competenza del Ministero dell’Economia Nazionale e della Marina. Nello stesso anno viene creata una Direzione generale per l’istruzione tecnica. Il 1931 vede il riordino dell’istruzione tecnico-professionale per andare incontro alle esigenze dell’economia.

Nel 1936 Giuseppe Bottai assume la direzione del Ministero, che conserverà fino al 1943, sostituendo Cesare De Vecchi, il cui lavoro non aveva soddisfatto Mussolini. La scelta di Bottai fu strategica, in quanto intellettuale gradito ai docenti e anche al mondo della cultura, anche di quella antifascista.

La Carta della Scuola approvata il 15 febbraio 1939 sancì l’utilizzo dell’istruzione pubblica per la creazione e la diffusione di una cultura ‘pienamente fascista’, nei principi, negli scopi e nei metodi. A causa dell’intervento in guerra, la Carta rimase, tuttavia, per lo più inapplicata.


libro_moschetto Cop. Libro scol. 4. Arch. Bartolini

Il bilancio dell’operato della scuola fascista riguardo l’analfabetismo

colonia-elioterapica-LissoneDopo la Prima guerra mondiale, il tasso di analfabetismo italiano si attestava al 27%, uno dei più alti d’Europa. Secondo Daniele Marchesini, durante il periodo fascista la crescita dell’alfabetizzazione conobbe una stagnazione rispetto ai periodi precedente e successivo e, non a caso. Sottolinea lo studioso che nel censimento anticipato del 1936 la domanda sull’alfabetismo non fu posta, a prova di una percezione netta da parte del governo del poco lusinghiero dato per l’Italia neoimperiale.

Nonostante l’esaltazione ossessiva della vita rurale e della sua popolazione, furono proprio le campagne a essere le più trascurate dalla politica scolastica fascista e infatti è in quelle zone che si registrarono i tassi più alti di analfabetismo. Come evidenziato da diversi studi, la propaganda rurale servì proprio anche a mantenere il consenso in quella parte della popolazione che fu più duramente colpita dalla svolta industriale del paese. Tuttavia, le campagne erano sempre state svantaggiate, anche prima del fascismo, nonostante la legge Casati del 1859 avesse previsto la creazione di specifiche scuole rurali. Le contraddizioni della politica ruralista sono rivelate anche dalla politica antidialettale del regime. Se il dialetto – prima lingua nelle zone rurali – fu ammesso nella prima fase della riforma gentiliana, al fine propedeutico di meglio insegnare l’italiano, in seguito fu bandito a favore di una politica linguistica nazionalista, diventata definitiva nel 1934. Un’autarchia linguistica includeva da allora, infatti, anche la lotta ai forestierismi e alle minoranze linguistiche. Nel contesto ‘imperiale’ la lingua diventava un importante elemento di identità nazionale e, di conseguenza, i dialetti e le culture locali e minoritarie diventano elementi di disturbo.

Daniele Marchesini sottolinea, inoltre, come l’impegno drasticamente ridotto nella lotta all’analfabetismo andò di pari passo con la priorità, per il duce, della comunicazione orale ai fini propagandistici, soprattutto tramite la radio e i comizi, rispetto a quella scritta. La radio infatti, tramite l’Ente radio rurale creato nel 1933, arriva anche nelle scuole e nelle campagne. Il successo del duce era infatti dovuto soprattutto alle sue capacità retoriche e di coinvolgimento delle folle, in un modo totalmente inedito rispetto ai suoi predecessori. Dal punto di vista della ricerca del consenso e della realizzazione del progetto totalitario, l’analfabetismo diventa quasi un problema secondario, dato che chi non sa leggere e scrivere può essere recuperato alla propaganda con la radio, i cinegiornali e le attività ricreative. Tuttavia, la scuola rimaneva il mezzo principale con cui creare l’italiano nuovo.

I dati sugli elevati tassi di bocciature degli alunni sono eloquenti, cui vanno sommati le basse percentuali di iscrizione e quelli sull’affollamento delle classi. Si tratta di cifre non lusinghiere per l’Italia fascista e che palesano un diminuito impegno in questo campo, anche finanziario, del regime, in coincidenza con la guerra d’Etiopia e la Seconda guerra mondiale, soprattutto nei confronti dell’istruzione primaria.

   Cop. Libro scol. 5. Arch. Bartolini

 

Fabrizio Monti