La politica fascista sulla maternità e l’infanzia

La politica fascista sulla maternità e l’infanzia

La politica fascista sulla maternità e l’infanzia rientra nell’ambito di un progetto più ampio avente  lo scopo di riportare l’Italia ai fasti della Roma imperiale restituendole il ruolo centrale che, secondo Mussolini, essa meritava nello scacchiere internazionale. Il militarismo e certo razzismo che caratterizzano l’ideologia fascista nonché l’aggressiva politica imperialistica del regime sono legati a doppio filo al progetto antropologico fascista di rigenerare la popolazione italiana creando un ‘uomo nuovo fascista’, adatto a dominare le altre ‘razze’.

DOC 15_Mussolini visita l'asilo Santarelli124Il noto Discorso dell’Ascensione pronunciato da Mussolini alla Camera dei Deputati il 26 maggio 1927 può essere letto come premonitore in questo senso. Partendo dalla premessa che sia compito dello Stato occuparsi della salute della sua popolazione, Mussolini si lancia in una audace assimilazione tra il corpo sociale e i corpi degli italiani e tra la salute ‘morale’ e quella fisica. A seguito di una trionfalistica elencazione dei risultati ottenuti sia sul piano della profilassi nazionale con l’eliminazione delle ‘infettive’ opposizioni politiche, che su quello dei provvedimenti sanitari veri e propri e del risanamento del territorio, il duce osserva però che lo stato di salute della popolazione italiana non è ancora soddisfacente. Infatti, oltre ai problemi sanitari, ben più gravi problemi morali affliggevano – e rendevano malsana – la nazione, tra questi le nefaste influenze di certe culture straniere liberali e ‘decadenti’ e l’immancabile serpeggiante bolscevismo. Tra le colpe di certe culture liberali, vi era quella – secondo Mussolini – di aver posto in secondo piano il ruolo della famiglia, tollerato l’omosessualità e per aver parzialmente elargito alla donna da una parte il diritto di autodeterminazione, in materia di procreazione, e dall’altra la possibilità di dedicarsi ad attività extrafamiliari e prettamente ‘maschili’, come il lavoro fuori casa. Per rettificare quelle che il fascismo considerava ‘deviazioni’ e anomalie importate dall’estero, il regime adottò una serie di misure concrete atte a contrastare queste tendenze e diffuse una propaganda martellante e senza precedenti, che rimarcava in maniera inflessibile i confini dei generi e i rispettivi ambiti di azione.

Del resto, già dalla seconda metà degli anni Venti la stampa più conservatrice aveva lanciato una campagna contro la cosiddetta ‘donna crisi’, indipendente e ‘mascolinizzata’; una campagna poi fatta propria dal fascismo nei primi anni Trenta per contrastare le tendenze estetiche del decennio precedente, che promuovevano modelli femminili filiformi e dunque associati all’idea della sterilità.

Mussolini, nello stesso discorso, attribuisce il declino del tasso di natalità alla ‘vigliaccheria morale delle classi superiori’ e all’urbanizzazione delle classi rurali. E’ infatti nella vita rurale e nel suo essere tradizionale e impermeabile alle tendenze della modernità che il duce vede una delle soluzioni a quello che considera ‘il problema dei problemi’. Alla figura della ‘sterile’ e ‘isterica donna crisi’ viene quindi opposta la serena e prolifica massaia rurale, su cui sarebbe ricaduta la principale responsabilità di produrre le nuove generazioni di giovani da mandare al fronte e nelle colonie. Il governo propose addirittura di affidare gli orfani alle famiglie rurali e, quando ciò non era possibile, di creare delle colonie rurali basate sul sistema di autorità della famiglia rurale. In pratica, però, gli orfani rimasero negli orfanotrofi.

 Con il Discorso dell’Ascensione il duce lanciò ufficialmente la cosiddetta ‘battaglia demografica’: un progetto complesso finalizzato a un aumento forzato della popolazione e sviluppato su più fronti. Uno ‘negativo’, atto a inibire il celibato e il matrimonio tardivo e a punire le pratiche contraccettive e l’interruzione di gravidanza, e uno positivo che incoraggiasse il matrimonio, le nascite, e la creazione di famiglie numerose. Una delle prime misure della campagna fu l’introduzione della tassa sul celibato, e quindi sul matrimonio tardivo, nel 1927. I celibi vennero definiti i ‘disertori della paternità’, ma la tassa in realtà non influì in maniera significativa sull’incremento dei matrimoni né sulla loro anticipazione. Una campagna, invece, contro i metodi contraccettivi e l’aborto venne inaugurata nel 1925, allorché diventò un crimine diffondere informazioni su tali pratiche, vendere farmaci contraccettivi e diventò obbligatorio segnalare i medici che praticavano l’aborto. Il Codice Rocco del 1930 incluse la contraccezione e l’aborto tra i crimini contro l’integrità della stirpe, ma l’aborto era già stato dichiarato illegale dal Codice penale Zanardelli del 1889. Anche nel campo delle arti e della cultura la censura intervenne affinché sparissero da film e romanzi riferimenti a contraccezione e aborto.

Archivio Fotografico Luce - Reparto Attualità, 21.05.1930 - Neonati e puericultrici di un istituto dell'O.N.M.I. di Milano in un giardino

 Questi provvedimenti rappresentarono una trasformazione radicale rispetto al passato, perché ponevano le basi per il dissolvimento del confine tra la sfera pubblica e quella privata e trasformavano, dal punto di vista legislativo, la famiglia in un’istituzione statale sociale e politica, la riproduzione in un dovere verso lo Stato e la mancata riproduzione in un reato. Seguendo il motto totalitario ‘tutto nello Stato, niente contro lo Stato, nulla al di fuori dello Stato’, il regime e la popolazione dovevano essere uniti per portare a compimento la rivoluzione fascista, anche tramite la generazione di figli destinati a diventare soldati per il fronte o le colonie.

Tra i provvedimenti atti a promuovere la riproduzione, il mercato del lavoro fu ridisegnato per legge in modo che le donne fossero gradualmente escluse sia dal settore pubblico che privato, e che gli avanzamenti di carriera, gli aumenti di stipendio e i premi di natalità fossero riservati agli uomini sposati e con prole. Anche nell’assegnazione degli alloggi pubblici furono privilegiati gli uomini e le donne sposate. Infine, furono istituiti dei premi di natalità in denaro e dei pubblici riconoscimenti per le coppie prolifiche e le famiglie numerose. Le coppie sposate ricevettero agevolazioni fiscali e per i prestiti, sconti per i viaggi di nozze e affitti a canone agevolato. Tra gli altri incentivi a livello locale, concorsi demografici, sussidi per l’allattamento al seno e per le gravidanze.

In Italia il dibattito sull’eugenetica negativa (sterilizzazione e controllo delle nascite) trovava pochi simpatizzanti, personaggi per lo più legati al mondo delle scienze antropologiche e criminologiche. Fu nella seconda metà degli anni Trenta, con lo sviluppo della politica coloniale, razziale e antiebraica, che furono adottati provvedimenti atti a preservare la ‘stirpe italica’ dalla ‘contaminazione’ con altre ‘razze’. Il fascismo italiano sviluppò quindi la sua via alla ‘difesa della razza’ principalmente tramite l’incremento quantitativo, il sostegno alla maternità e il miglioramento delle condizioni delle puerpere e dei nuovi nati.

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Donna rachele visita ospedale

Il provvedimento più significativo, in questo campo, fu l’istituzione, il 10 dicembre 1925, dell’ONMI, Opera Nazionale Maternità e Infanzia, derivato dall’Istituto di Igiene, Previdenza e Assistenza Sociale fondato da Ettore Levi nel 1922. L’obiettivo principale dell’agenzia era di tutelare madri e bambini nati al di fuori della famiglia che non potevano essere assistiti dai padri biologici o i cui padri non erano disposti a riconoscere i figli, allo scopo di ridurre il tasso di mortalità dei figli illegittimi, molto più elevato della media della mortalità infantile. L’ONMI offriva controlli gratuiti e sussidi alle donne gravide; educava le giovani madri a occuparsi dei bambini e a non abbandonarli; offriva assistenza legale per ottenere il riconoscimento del figlio da parte del padre e agevolare il matrimonio della coppia, aiutava le giovani madri a trovare lavoro. Le donne venivano istruite con nozioni di economia domestica, puericultura e igiene. In generale, l’operato dell’ONMI e della rete di professionisti che creò, contribuì a diffondere nuovi standard di cura pre- e post-natale, igiene e alimentazione. Promosse l’allattamento al seno, ma istruì anche all’utilizzo del latte in polvere, insieme a detergenti e cibi pronti per infanti, dietro la pressione delle grandi aziende farmaceutiche straniere come la Nestlè. Le condizioni generali dei neonati, in generale, migliorarono tra le due guerre, e il tasso di mortalità infantile diminuì. L’ONMI fu responsabile anche della medicalizzazione del parto, ancora prevalentemente praticato in casa e spesso solo in presenza di levatrici. Il ruolo dell’ostetrica cambiò e fu subordinato a quello del medico, e nel 1926 le levatrici furono organizzate in un sindacato proprio.

 Infine, un altro aspetto della politica demografica riguardò l’emigrazione. A dispetto della fattuale sovrappopolazione, della grave situazione economica e degli alti tassi di disoccupazione, a partire dal 1926 il regime cominciò a varare dei provvedimenti atti a bloccare il flusso migratorio all’estero incoraggiando i rientri e dirottandolo, in seguito, verso le colonie africane. In quello che è stato definito il suo ‘delirio demografico’, Mussolini quindi, quasi incurante delle condizioni critiche in cui viveva la maggior parte della popolazione italiana, continuò a insistere sulla necessità della crescita demografica e sul suo essere cruciale per evitare la ‘decadenza’ e raggiungere gli obiettivi imperiali del fascismo.

di Fabrizio Monti