La guerra

La guerra

Il regime fascista vide nella guerra uno sbocco naturale della sua ideologia e politica. Nonostante ciò l’Italia si presentò nel 1940 alla Seconda guerra mondiale particolarmente impreparata e tutta la retorica messa in campo da Mussolini non servì all’esercito sui vari fronti e al paese stesso di evitare una drammatica disfatta. Le esperienze militari degli anni trenta, nell’avventura coloniale in Etiopia e nella guerra civile spagnola al fianco dell’esercito di Franco, furono usate dal regime per scopi propagandistici, ma rivelarono tutti i limiti dell’esercito nazionale. Alla vigilia dell’entrata in guerra al fianco di Hitler il potenziale militare era addirittura inferiore a quello impiegato nella Prima guerra mondiale. Dopo un iniziale ottimismo le prime sconfitte in Africa e in Grecia misero subito l’Italia di fronte alla dura realtà di non poter combattere in modo indipendente, non potendo insomma rinunciare all’aiuto del potente alleato tedesco. La disfatta di Russia, nella quale morirono circa 85.000 soldati, e l’invasione anglo-americana in Sicilia portarono all’armistizio dell’8 settembre 1943 dopo il quale le nostre forze armate restarono allo sbando, prive di guida e di direttive sul comportamento da assumere. Ancora prima dell’8 settembre il consenso popolare era crollato in quanto si faceva sempre più chiara la prospettiva della disfatta. Nel marzo del 1943 in segno di decisa opposizione alla guerra voluta dal regime gli operai di alcune fabbriche entrarono in sciopero, ridando vita ad una forma di protesta forzatamente sospesa durante il Ventennio.

Il mensile della Federazione Fascista di Forlì per i fascisti universitari (GUF) parlava della guerra con toni altisonanti e positivi:
Questa guerra è stato un sanatore bisturi per la nostra coscienza, un magnifico reagente per lo spirito nazionale che, dopo tante lotte e altrettante vittorie, credendosi giunto in porto, s’illudeva di poter evitare di misurarsi giorno per giorno con la fredda verità, interna ed internazionale.” Si denunciava la vita italiana (e forse romagnola) come troppo penetrata di uno spirito pacifista che andava contro i principi del fascismo. “Faciloneria, voglia di illudersi; strana beatitudine di un popolo che col suo bel sole, i campi pingui, il vino robusto ha, si vede, la vita sin troppo facile, anche se non naviga nell’oro!” E poi “Noi abbiamo il coraggio di guardare alla verità e di proclamarla. E diciamo che molte cose, molti spagnolismi, molti ricami del nostro costume vanno mutati; ma proclamiamo che la verità fatta risplendere dalla guerra è quanto mai a favore del nostro sistema di vita e di idee, è quanto mai per l’infuturarsi dell’idea fascista”.

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Più nostalgico è il clima con il quale la rivista forlivese “Il Trebbo” parla della guerra e soprattutto dà voce ai soldati romagnoli al fronte. Oltre all’ideologia, c’è anche il sentimento della nostalgia per la propria terra lasciata per andare a combattere migliaia di chilometri lontano.

Voi non potete forse comprendere ciò che significa per noi romagnoli di nascita e di sentimento la lettura del Trebbo qui in mezzo al deserto libico dove il Ghibli infuria e urla il cannone.

Leggi qui tutto l’articolo da Il Trebbo

Le riviste fasciste non mettevano però in luce il panico e la disorganizzazione che vennero fuori già dai primi giorni di guerra a Forlì. E’ il diario di Mambelli in tal senso a fare chiarezza su quello che accadde davvero allo scoppio del conflitto.
14 giugno 1940. Alle 0,37 abbiamo avuto il primo allarme aereo. La popolazione si è riversata nelle strade con affanno incredibile e ha dato luogo a scene comiche e pietose. Nulla è accaduto, per fortuna, nel parapiglia derivato dallo spavento; molti han trascorsa la notte in riva ai fiumi. Non si poteva avere e non si è avuto un esodo disciplinato, bensì una fuga in tutte le direzioni alla ricerca di uno scampo, per un supposto rumore di apparecchi in lontananza.” (da Antonio Mambelli, Diario degli avvenimenti in Forlì e Romagna)

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Il regime fascista vide nella guerra uno sbocco naturale della sua ideologia e politica. Nonostante ciò l’Italia si presentò nel 1940 alla Seconda guerra mondiale particolarmente impreparata e tutta la retorica messa in campo da Mussolini non servì all’esercito sui vari fronti e al paese stesso di evitare una drammatica disfatta. Le esperienze militari degli anni trenta, nell’avventura coloniale in Etiopia e nella guerra civile spagnola al fianco dell’esercito di Franco, furono usate dal regime per scopi propagandistici, ma rivelarono tutti i limiti dell’esercito nazionale. Alla vigilia dell’entrata in guerra al fianco di Hitler il potenziale militare era addirittura inferiore a quello impiegato nella Prima guerra mondiale. Dopo un iniziale ottimismo le prime sconfitte in Africa e in Grecia misero subito l’Italia di fronte alla dura realtà di non poter combattere in modo indipendente, non potendo insomma rinunciare all’aiuto del potente alleato tedesco. La disfatta di Russia, nella quale morirono circa 85.000 soldati, e l’invasione anglo-americana in Sicilia portarono all’armistizio dell’8 settembre 1943 dopo il quale le nostre forze armate restarono allo sbando, prive di guida e di direttive sul comportamento da assumere. Ancora prima dell’8 settembre il consenso popolare era crollato in quanto si faceva sempre più chiara la prospettiva della disfatta. Nel marzo del 1943 in segno di decisa opposizione alla guerra voluta dal regime gli operai di alcune fabbriche entrarono in sciopero, ridando vita ad una forma di protesta forzatamente sospesa durante il Ventennio.

Il mensile della Federazione Fascista di Forlì per i fascisti universitari (GUF) parlava della guerra con toni altisonanti e positivi:
Questa guerra è stato un sanatore bisturi per la nostra coscienza, un magnifico reagente per lo spirito nazionale che, dopo tante lotte e altrettante vittorie, credendosi giunto in porto, s’illudeva di poter evitare di misurarsi giorno per giorno con la fredda verità, interna ed internazionale.” Si denunciava la vita italiana (e forse romagnola) come troppo penetrata di uno spirito pacifista che andava contro i principi del fascismo. “Faciloneria, voglia di illudersi; strana beatitudine di un popolo che col suo bel sole, i campi pingui, il vino robusto ha, si vede, la vita sin troppo facile, anche se non naviga nell’oro!” E poi “Noi abbiamo il coraggio di guardare alla verità e di proclamarla. E diciamo che molte cose, molti spagnolismi, molti ricami del nostro costume vanno mutati; ma proclamiamo che la verità fatta risplendere dalla guerra è quanto mai a favore del nostro sistema di vita e di idee, è quanto mai per l’infuturarsi dell’idea fascista”.

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Più nostalgico è il clima con il quale la rivista forlivese “Il Trebbo” parla della guerra e soprattutto dà voce ai soldati romagnoli al fronte. Oltre all’ideologia, c’è anche il sentimento della nostalgia per la propria terra lasciata per andare a combattere migliaia di chilometri lontano.

Voi non potete forse comprendere ciò che significa per noi romagnoli di nascita e di sentimento la lettura del Trebbo qui in mezzo al deserto libico dove il Ghibli infuria e urla il cannone.

Leggi qui tutto l’articolo da Il Trebbo

Le riviste fasciste non mettevano però in luce il panico e la disorganizzazione che vennero fuori già dai primi giorni di guerra a Forlì. E’ il diario di Mambelli in tal senso a fare chiarezza su quello che accadde davvero allo scoppio del conflitto.
14 giugno 1940. Alle 0,37 abbiamo avuto il primo allarme aereo. La popolazione si è riversata nelle strade con affanno incredibile e ha dato luogo a scene comiche e pietose. Nulla è accaduto, per fortuna, nel parapiglia derivato dallo spavento; molti han trascorsa la notte in riva ai fiumi. Non si poteva avere e non si è avuto un esodo disciplinato, bensì una fuga in tutte le direzioni alla ricerca di uno scampo, per un supposto rumore di apparecchi in lontananza.” (da Antonio Mambelli, Diario degli avvenimenti in Forlì e Romagna)