Famiglia

Famiglia

La famiglia rappresentava un’istituzione centrale nel quadro degli obiettivi fascisti di organizzazione sociale e politica dell’Italia. La famiglia veniva proposta dal fascismo come la base della nazione e il regime si presentava come il garante della sua difesa e tutela. Furono creati a questo scopo premi e agevolazioni a favore della nuzialità e della natalità, furono rafforzate le politiche assistenziali di sostegno con organismi come l’Opera nazionale maternità e infanzia (Onmi). Obiettivo di tali politiche era l’aumento della popolazione ritenuto necessario al completamento della Rivoluzione fascista. L’altra faccia della medaglia era il fatto che il modello di famiglia sostenuto dai provvedimenti del regime era incentrato sulla figura del lavoratore maschio, il capofamiglia. A questo era rigidamente subordinato il ruolo della donna confinata entro le mura domestiche nella funzione di moglie e madre. La scuola stessa interveniva a rafforzare questa immagine con una rigida divisione dei programmi nelle scuole elementari tra maschi e femmine.

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Le politiche per la natalità più che improntate su un modello di Welfare state (ad esempio con l’erogazione di assegni famigliari) erano fatte sotto forma di concorsi nei quali venivano premiate le famiglie numerose. Erano queste delle occasioni pubbliche sulle quali il regime investiva molto soprattutto in termini di immagine. Un tipico esempio di questi concorsi era quello bandito dalla Federazione provinciale di Forlì dell’Opera nazionale maternità e infanzia (Onmi). Il concorso prevedeva 22 premi di nuzialità da 500 lire l’uno e altrettanti premi di natalità sempre per la stessa cifra. I vincitori del premio di nuzialità avrebbero avuto diritto ad un premio di natalità dello stesso importo qualora due anni dopo il matrimonio avessero avuto un figlio, a condizione però che fosse sano. Tra le condizioni che escludevano le coppie dalla possibilità di concorrere vi era la presenza di figli illegittimi, cioè nati fuori dal matrimonio, mentre era un titolo di merito l’eventuale iscrizione al Pnf prima del 28 ottobre 1922.

Famiglia

I due censimenti dell’Istat fatti nel 1931 e nel 1936 fotografano in pieno le dinamiche degli anni del regime. La provincia di Forlì vede in questi anni un aumento di più di 10.000 persone frutto soprattutto di una natalità alta che porta il rapporto nati-morti ad essere molto positivo. Più che le politiche di natalità del regime influiva certamente una struttura famigliare tradizionale, spesso legata alle attività agricole nelle quali un alto numero di figli era fondamentale per la sopravvivenza della famiglia. Nel 1936 il tipo di famiglia che predominava nel forlivese era quello (definito medio) con un numero di membri che andava da 4 a 6 (era il 44,5 delle famiglie). Solo il 32,2 per cento delle famiglie era di struttura piccola, con 2-3 membri, in generale più concentrate nel capoluogo e di livello economico più benestante. Comunque alto era il numero delle famiglie grandi con più di sette membri secondo quel modello di famiglia tradizionale propagandato dal regime.

(Vedi censimento Istat 1936)

Pur in una situazione tradizionale nella quale il ruolo delle donne nel mondo del lavoro era confinato ad essere subalterno (il 75 per cento delle donne non lavorava), la città di Forlì presentava comunque dati molto interessanti sull’occupazione femminile. Nel 1931 soprattutto nelle industrie alimentari, della carta, del legno e della paglia il numero di donne operaie era abbastanza alto. Nell’industria tessile e nell’industria chimica addirittura il numero di operaie era più alto rispetto al numero di operai uomini. In generale nel 1931 un quarto degli impiegati nelle industrie cittadine era di sesso femminile. Dati che non si riscontravano nelle vicine città di Cesena e Rimini.

(Vedi censimento Istat 1931)

Il regime vedeva la donna però principalmente come madre e inserita nel modello tradizionale di famiglia numerosa. La realizzazione di questo modello veniva incentivata anche con concorsi che premiavano le migliori massaie o, nel periodo dell’autarchia, le donne che contribuivano alla valorizzazione dei prodotti nazionali.“Il Popolo di Romagna” del 15 gennaio 1938 pubblicava una pagina dal titolo “La pagina della donna fascista” nella quale si reclamizzavano queste iniziative. Alcuni passaggi sono abbastanza esplicativi.

La Massaia Rurale è l’anima della famiglia contadina. Il regime ha rivolto ad essa le sue speciali attenzioni, perché la missione che la massaia rurale svolge è particolarmente delicata.

Dalle visite di accertamento fatte dalle Commissioni provinciali e locali si è potuto constatare come la Massaia rurale sia consapevole del compito che le spetta sia nella sua famiglia, come prima responsabile della direzione della casa, sia nell’educazione dei figli, sia nella cooperazione attiva ed intensa per il raggiungimento della completa indipendenza alimentare del popolo italiano.

Ricordino le camerate che nell’ora presente ai Fasci Femminili è affidata la propaganda per la autarchia, alla quale la donna può efficacemente contribuire attraverso la valorizzazione dei prodotti italiani, l’incremento della produzione delle massaie rurali, l’artigianato femminile, il potenziamento della moda italiana.

Donna

Anche nella rivista del Guf di Forlì “Pattuglia” si possono leggere interessanti posizioni riguardanti il ruolo della donna nella famiglia e il ruolo della famiglia in genere nel Fascismo. In questo caso si tratta di discorsi meno semplici, rispetto a quelli del “Popolo di Romagna” e decisamente più cervellotici.
Innegabile realtà è l’opera politica che la donna svolge nel procreare e nell’educare i figli, anche se nella prima si possa vedere soltanto un aspetto umano e nella seconda un aspetto etico. (…) In tal modo la maternità e l’educazione dei figli saranno rilevanti nel campo dello stato diversamente da quello che furono per il passato consuetudinariamente appunto per la coscienza che avremo formata nella donna che essa attraverso quest’opera si inserisce nella vita dello stato come elemento fattivo e responsabile”.

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La famiglia rappresentava un’istituzione centrale nel quadro degli obiettivi fascisti di organizzazione sociale e politica dell’Italia. La famiglia veniva proposta dal fascismo come la base della nazione e il regime si presentava come il garante della sua difesa e tutela. Furono creati a questo scopo premi e agevolazioni a favore della nuzialità e della natalità, furono rafforzate le politiche assistenziali di sostegno con organismi come l’Opera nazionale maternità e infanzia (Onmi). Obiettivo di tali politiche era l’aumento della popolazione ritenuto necessario al completamento della Rivoluzione fascista. L’altra faccia della medaglia era il fatto che il modello di famiglia sostenuto dai provvedimenti del regime era incentrato sulla figura del lavoratore maschio, il capofamiglia. A questo era rigidamente subordinato il ruolo della donna confinata entro le mura domestiche nella funzione di moglie e madre. La scuola stessa interveniva a rafforzare questa immagine con una rigida divisione dei programmi nelle scuole elementari tra maschi e femmine.

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Le politiche per la natalità più che improntate su un modello di Welfare state (ad esempio con l’erogazione di assegni famigliari) erano fatte sotto forma di concorsi nei quali venivano premiate le famiglie numerose. Erano queste delle occasioni pubbliche sulle quali il regime investiva molto soprattutto in termini di immagine. Un tipico esempio di questi concorsi era quello bandito dalla Federazione provinciale di Forlì dell’Opera nazionale maternità e infanzia (Onmi). Il concorso prevedeva 22 premi di nuzialità da 500 lire l’uno e altrettanti premi di natalità sempre per la stessa cifra. I vincitori del premio di nuzialità avrebbero avuto diritto ad un premio di natalità dello stesso importo qualora due anni dopo il matrimonio avessero avuto un figlio, a condizione però che fosse sano. Tra le condizioni che escludevano le coppie dalla possibilità di concorrere vi era la presenza di figli illegittimi, cioè nati fuori dal matrimonio, mentre era un titolo di merito l’eventuale iscrizione al Pnf prima del 28 ottobre 1922.

Famiglia

I due censimenti dell’Istat fatti nel 1931 e nel 1936 fotografano in pieno le dinamiche degli anni del regime. La provincia di Forlì vede in questi anni un aumento di più di 10.000 persone frutto soprattutto di una natalità alta che porta il rapporto nati-morti ad essere molto positivo. Più che le politiche di natalità del regime influiva certamente una struttura famigliare tradizionale, spesso legata alle attività agricole nelle quali un alto numero di figli era fondamentale per la sopravvivenza della famiglia. Nel 1936 il tipo di famiglia che predominava nel forlivese era quello (definito medio) con un numero di membri che andava da 4 a 6 (era il 44,5 delle famiglie). Solo il 32,2 per cento delle famiglie era di struttura piccola, con 2-3 membri, in generale più concentrate nel capoluogo e di livello economico più benestante. Comunque alto era il numero delle famiglie grandi con più di sette membri secondo quel modello di famiglia tradizionale propagandato dal regime.

(Vedi censimento Istat 1936)

Pur in una situazione tradizionale nella quale il ruolo delle donne nel mondo del lavoro era confinato ad essere subalterno (il 75 per cento delle donne non lavorava), la città di Forlì presentava comunque dati molto interessanti sull’occupazione femminile. Nel 1931 soprattutto nelle industrie alimentari, della carta, del legno e della paglia il numero di donne operaie era abbastanza alto. Nell’industria tessile e nell’industria chimica addirittura il numero di operaie era più alto rispetto al numero di operai uomini. In generale nel 1931 un quarto degli impiegati nelle industrie cittadine era di sesso femminile. Dati che non si riscontravano nelle vicine città di Cesena e Rimini.

(Vedi censimento Istat 1931)

Il regime vedeva la donna però principalmente come madre e inserita nel modello tradizionale di famiglia numerosa. La realizzazione di questo modello veniva incentivata anche con concorsi che premiavano le migliori massaie o, nel periodo dell’autarchia, le donne che contribuivano alla valorizzazione dei prodotti nazionali.“Il Popolo di Romagna” del 15 gennaio 1938 pubblicava una pagina dal titolo “La pagina della donna fascista” nella quale si reclamizzavano queste iniziative. Alcuni passaggi sono abbastanza esplicativi.

La Massaia Rurale è l’anima della famiglia contadina. Il regime ha rivolto ad essa le sue speciali attenzioni, perché la missione che la massaia rurale svolge è particolarmente delicata.

Dalle visite di accertamento fatte dalle Commissioni provinciali e locali si è potuto constatare come la Massaia rurale sia consapevole del compito che le spetta sia nella sua famiglia, come prima responsabile della direzione della casa, sia nell’educazione dei figli, sia nella cooperazione attiva ed intensa per il raggiungimento della completa indipendenza alimentare del popolo italiano.

Ricordino le camerate che nell’ora presente ai Fasci Femminili è affidata la propaganda per la autarchia, alla quale la donna può efficacemente contribuire attraverso la valorizzazione dei prodotti italiani, l’incremento della produzione delle massaie rurali, l’artigianato femminile, il potenziamento della moda italiana.

Donna

Anche nella rivista del Guf di Forlì “Pattuglia” si possono leggere interessanti posizioni riguardanti il ruolo della donna nella famiglia e il ruolo della famiglia in genere nel Fascismo. In questo caso si tratta di discorsi meno semplici, rispetto a quelli del “Popolo di Romagna” e decisamente più cervellotici.
Innegabile realtà è l’opera politica che la donna svolge nel procreare e nell’educare i figli, anche se nella prima si possa vedere soltanto un aspetto umano e nella seconda un aspetto etico. (…) In tal modo la maternità e l’educazione dei figli saranno rilevanti nel campo dello stato diversamente da quello che furono per il passato consuetudinariamente appunto per la coscienza che avremo formata nella donna che essa attraverso quest’opera si inserisce nella vita dello stato come elemento fattivo e responsabile”.

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