Istruzione

Istruzione

Fascistizzare le nuove generazioni di italiani fu uno dei principali obiettivi che il regime si diede sin dall’inizio. La scuola con le sue attività educative, culturali e propagandistiche fu una delle protagoniste principali di questo percorso. Riformata nel 1923 da Gentile la scuola fascista ha compiuto un processo di graduale asservimento alle logiche totalitarie, grazie anche all’Opera nazionale balilla, con lo scopo di dare un’educazione che coprisse, con attività dentro e fuori la scuola, tutto l’arco della fanciullezza e della giovinezza, dall’infanzia fino all’entrata nella vita adulta. A riprova di questo stretto legame della scuola con l’ideologia fascista c’è da ricordare come gli studenti erano inquadrati in precise gerarchie ispirate a quelle militari. Non soltanto i più piccoli erano organizzati in gruppi di balilla ma anche nelle scuole superiori gli studenti facevano parte di centurie, disciplinate sotto il comando di capi squadra e capi manipolo. Questa struttura para-militare emergeva soprattutto nelle solenni cerimonie pubbliche.

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La funzione fortemente fascista della scuola si può leggere anche in un articolo preso dal mensile Guf di Forlì “Pattuglia”. 


Ed ecco palesarsi il compito della Scuola e della organizzazione giovanile, forgiatrici degli uomini di oggi e di domani. Liberate da qualsiasi prassi negativa e folcloristica, dovranno esse di pari passo sostituire giovani e vecchi malati di morbi incurabili o chiusi nel mondo senza orizzonte di una presunta fede, spingere la propria funzione lontana da qualsiasi materialismo e da qualsiasi edonismo e basarsi su una moralità cocciuta, unica capace di determinare nell’uomo la forza di un costume puro.

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Nonostante le politiche messe in atto dal regime per la scuola negli anni trenta l’analfabetismo restava comunque alto. Nel 1931 a Forlì il 20 per cento circa della popolazione non era in grado di leggere ed era un dato in realtà molto positivo se si considera il resto della provincia. In generale in tutto il territorio provinciale un cittadino su quattro non sapeva leggere ma le percentuali raggiungevano quote molto più alte in certi comuni della collina e della montagna. A Bagno di Romagna, Premilcuore, Tredozio e persino nella Predappio di Mussolini l’analfabetismo raggiungeva e a volte superava il 40 per cento. Sono dati importanti per giudicare in parte il lavoro sull’istruzione fatto dal regime se si considera che all’incirca l’11 per cento di questi analfabeti (10.000 circa su 88.000) erano nella fascia d’età tra i 6 e i 19 anni, quella cioè che avrebbe dovuto sfruttare maggiormente gli sforzi di alfabetizzazione del regime. In questa fascia d’età la differenza tra analfabeti maschi e femmine era praticamente nulla al contrario che nelle generazioni più anziane. L’opera del regime aveva quindi nei primi dieci anni di governo ridotto la differenza tra i generi, non erano più solo i maschi a studiare, ma restavano comunque sacche di analfabetismo alte, soprattutto nei paesi più piccoli e tra i ceti meno abbienti. Il fatto che nel successivo censimento del 1936 i dati sull’analfabetismo della popolazione non siano stati inseriti fa pensare che il problema fosse molto lontano dall’essere risolto.
Leggi qui il Censimento Istat 1931

A livello superiore durante il ventennio si svilupparono e rafforzarono differenti tipi di scuole soprattutto nel livello medio – superiore. Molto importanti erano gli istituti tecnico industriali perché rappresentavano lo sforzo del regime per il raggiungimento di un maggiore livello d’industrializzazione. Queste scuole però, neanche a dirlo, avevano anche un carattere militare. Dagli anni trenta ospitarono infatti anche i corsi di preparazione per tecnici militari, soprattutto nel campo dell’aeronautica, che ebbero una grande adesione da parte degli studenti. Erano gli anni in cui si era accentuata la mobilitazione degli apparati civili e militari che avrebbe portato il regime fino all’ingresso nella Seconda guerra mondiale.

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Fascistizzare le nuove generazioni di italiani fu uno dei principali obiettivi che il regime si diede sin dall’inizio. La scuola con le sue attività educative, culturali e propagandistiche fu una delle protagoniste principali di questo percorso. Riformata nel 1923 da Gentile la scuola fascista ha compiuto un processo di graduale asservimento alle logiche totalitarie, grazie anche all’Opera nazionale balilla, con lo scopo di dare un’educazione che coprisse, con attività dentro e fuori la scuola, tutto l’arco della fanciullezza e della giovinezza, dall’infanzia fino all’entrata nella vita adulta. A riprova di questo stretto legame della scuola con l’ideologia fascista c’è da ricordare come gli studenti erano inquadrati in precise gerarchie ispirate a quelle militari. Non soltanto i più piccoli erano organizzati in gruppi di balilla ma anche nelle scuole superiori gli studenti facevano parte di centurie, disciplinate sotto il comando di capi squadra e capi manipolo. Questa struttura para-militare emergeva soprattutto nelle solenni cerimonie pubbliche.

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La funzione fortemente fascista della scuola si può leggere anche in un articolo preso dal mensile Guf di Forlì “Pattuglia”. 


Ed ecco palesarsi il compito della Scuola e della organizzazione giovanile, forgiatrici degli uomini di oggi e di domani. Liberate da qualsiasi prassi negativa e folcloristica, dovranno esse di pari passo sostituire giovani e vecchi malati di morbi incurabili o chiusi nel mondo senza orizzonte di una presunta fede, spingere la propria funzione lontana da qualsiasi materialismo e da qualsiasi edonismo e basarsi su una moralità cocciuta, unica capace di determinare nell’uomo la forza di un costume puro.

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Nonostante le politiche messe in atto dal regime per la scuola negli anni trenta l’analfabetismo restava comunque alto. Nel 1931 a Forlì il 20 per cento circa della popolazione non era in grado di leggere ed era un dato in realtà molto positivo se si considera il resto della provincia. In generale in tutto il territorio provinciale un cittadino su quattro non sapeva leggere ma le percentuali raggiungevano quote molto più alte in certi comuni della collina e della montagna. A Bagno di Romagna, Premilcuore, Tredozio e persino nella Predappio di Mussolini l’analfabetismo raggiungeva e a volte superava il 40 per cento. Sono dati importanti per giudicare in parte il lavoro sull’istruzione fatto dal regime se si considera che all’incirca l’11 per cento di questi analfabeti (10.000 circa su 88.000) erano nella fascia d’età tra i 6 e i 19 anni, quella cioè che avrebbe dovuto sfruttare maggiormente gli sforzi di alfabetizzazione del regime. In questa fascia d’età la differenza tra analfabeti maschi e femmine era praticamente nulla al contrario che nelle generazioni più anziane. L’opera del regime aveva quindi nei primi dieci anni di governo ridotto la differenza tra i generi, non erano più solo i maschi a studiare, ma restavano comunque sacche di analfabetismo alte, soprattutto nei paesi più piccoli e tra i ceti meno abbienti. Il fatto che nel successivo censimento del 1936 i dati sull’analfabetismo della popolazione non siano stati inseriti fa pensare che il problema fosse molto lontano dall’essere risolto.
Leggi qui il Censimento Istat 1931

A livello superiore durante il ventennio si svilupparono e rafforzarono differenti tipi di scuole soprattutto nel livello medio – superiore. Molto importanti erano gli istituti tecnico industriali perché rappresentavano lo sforzo del regime per il raggiungimento di un maggiore livello d’industrializzazione. Queste scuole però, neanche a dirlo, avevano anche un carattere militare. Dagli anni trenta ospitarono infatti anche i corsi di preparazione per tecnici militari, soprattutto nel campo dell’aeronautica, che ebbero una grande adesione da parte degli studenti. Erano gli anni in cui si era accentuata la mobilitazione degli apparati civili e militari che avrebbe portato il regime fino all’ingresso nella Seconda guerra mondiale.